giovedì 8 gennaio 2026

La vita facile

La definizione di "page turner" è decisamente calzante per il romanzo d'esordio "La vita facile" di Aisling Rawle, recentemente pubblicato da Edizioni E/O, che ho ricevuto a dicembre e di cui ho sentito immediatamente il richiamo. 

Per quanto poco si possa guardare la televisione, siamo tutti più o meno familiari con il mondo dei reality show in cui i concorrenti vengono osservati 24 ore al giorno dalle telecamere, mettendo in mostra attività richieste dalla redazione e interazioni più o meno romantiche.

Da questo presupposto si sviluppa "La vita facile" in un compound nel deserto al di fuori del quale si svolge un presente di cui sappiamo ben poco, tranne che i conflitti armati stanno decimando la popolazione mondiale e le condizioni ambientali sono in continuo peggioramento. 

Non aspettatevi però un romanzo crudo quanto "Catene di gloria" di Nana Kwame Adjei-Brenya, pubblicato da SUR, dove i concorrenti combattevano violentemente per la vita. Qui, nel compound, si raccolgono 10 coppie con lo scopo ovviamente di essere eliminati fino a lasciare un unico vincitore; nel corso del programma attraverso lo svolgimento di prove collettive ed individuali si ricevono premi più o meno di lusso e ricompense più o meno necessarie alla sopravvivenza, mentre la competizione con il passare dei giorni diventa sempre più spietata e mette in discussione i principi dei partecipanti.

Viviamo il tutto dal punto di vista di Lily, giovane commessa addetta alla vendita di cosmetici, indubbiamente attraente, ma non la più sveglia della cucciolata; non ha un vero obiettivo nella vita se non quello di arricchirsi e ottenere appunto una "vita facile", in cui accumulare più prodotti possibili senza compiere sforzi o sacrifici.

Attraverso i suoi occhi, vediamo le relazioni più o meno sincere, più o meno basate sull’aspetto fisico e con il passare dei giorni l’emergere dei più bestiali istinti dei protagonisti in competizione, in un crescendo di tensione che rende impossibile interrompere la lettura.

È vero che non c’è contesto in questo romanzo e questa è la critica principale che gli ho visto muovere; non sarebbe stato di troppo, sono d’accordo, ma al tempo stesso si rivela una lettura di intrattenimento da cui è impossibile non farsi coinvolgere, che fa riflettere sul consumismo delle nostre società e che consiglio soprattutto nei momenti in cui vi trovate in una sorta di blocco del lettore e non vi sentite dell’umore per dedicarvi a gialli e thriller.

Avete mai letto un romanzo sul tema dei programmi televisivi?

Olive, ancora lei

Il mio colpo di fulmine principale del 2025 è stata Elizabeth Strout: la lettura di Olive Kitteridge mi ha trasportata in un microcosmo nel Maine dove una protagonista burbera ma dai sentimenti profondi mi ha fatta sorridere, commuovere ed emozionare ad ogni età della vita in cui l'autrice l'aveva descritta, circondata dai suoi familiari e dagli altri residenti del luogo.

Quando di una scrittura mi innamoro così, non resisto a fare incetta di tutti i titoli disponibili, e ora la mia personale biblioteca è ricchissima di titoli di Strout, che guardo con gioia pensando a quanta meraviglia mi attende, e intanto ho iniziato l'anno nuovo con "Olive, ancora lei", dove ritroviamo la nostra amata Olive Kitteridge mentre l'età avanza. 

Ritroviamo Jack, che avevamo incontrato mentre si sentiva male accanto ad una panchina, e ora trascorre anni interi con Olive; ritroviamo il figlio con cui è tanto difficile comunicare, qualche nipotino in più e il tempo che passa, fino a portare la protagonista ad una residenza per anziani dove il mondo di Crosby si restringe ancora, ma non per questo perde di intensità.

Come sempre non siamo davanti ad un romanzo di trama, ma di istanti: è un romanzo di attimi, di racconti dove Olive è a volte al centro della scena e a volte invece è solo di passaggio. Rimangono centrali la poesia della natura, nelle foglie del Maine che cambiano colore, nella dignità estrema che merita ogni momento dell'esistenza, nelle relazioni e negli affetti che si intuiscono senza mai eccedere nelle spiegazioni. 

Per i completisti di Strout, qui già si trovano riferimenti ad opere precedenti: in particolare a "I ragazzi Burgess" e "Amy e Isabelle", che ho intenzione di leggere non appena mi sarò dedicata al ciclo di Lucy Barton, prima di arrivare al recentissimo "Raccontami tutto" che a quanto ho capito rappresenta una sorta chiusura del cerchio, almeno per il momento. Dopo questa lettura comunque sono ancora più desiderosa di andare avanti, perché sono stata conquistata da Olive quanto se non più della prima volta!

Qual è il vostro titolo preferito di Elizabeth Strout?

giovedì 1 gennaio 2026

Ghiacciai

Il mio primo incontro con la casa editrice Accento, Ghiacciai di Alexis Smith è uno di quei libri che in poche pagine ti riempiono il cuore. L’ho acquistato la sera del mio compleanno da Baak, la mia libreria preferita, dopo averne sentito parlare Matteo B Bianchi nella puntata natalizia del suo podcast Copertina.

Ambientato tra l’Alaska, terra dei ricordi d’infanzia della protagonista, e l’Oregon dove vive i suoi quasi trent’anni, ci fa conoscere Isabel: colleziona cartoline spedite da altri e trovate ai mercatini, fotografie d’epoca in una scatola di latta di cui da bambina animava le persone raffigurate per costruire storie loro attorno, e di mestiere ripara i libri danneggiati della biblioteca perché durino più a lungo.

“Ghiacciai” è un libro di piccole cose, un concentrato di poesia di meno di duecento pagine: Isabel passa dalle immagini di quando era piccola, insieme alla sua famiglia, alla sua quotidianità di lavoro, tempo trascorso con la sua gatta e con i suoi amici, e l’infatuazione per Spoke, un giovane soldato in congedo.

Non aspettatevi grandi eventi in questo libro, piuttosto una soffusa tenerezza, una tinta pastello di vestiti vintage acquistati di seconda mano, la nostalgia per il ghiaccio che si scioglie alla deriva e un contorno di fantasie in cui vi sembrerà di sognare Amsterdam e di leggere il retro di cartoline spedite sessanta anni fa.

I capitoli sono brevissimi e alternano passato e presente, in un linguaggio semplice ma mai banale, che ci regala momenti che sentirete l’esigenza di sottolineare per tornare a rileggerli nel tempo.

Isabel mi è sembrata una cara amica, una presenza nelle mie giornate, e ho letto il romanzo con grande calma per farmelo durare di più: insomma non avrei potuto iniziare meglio la scoperta di questa casa editrice, che sono sicura mi potrà riservare presto nuove sorprese!

Qual è il vostro titolo Accento preferito?

La spinta

Per chi è riuscito a leggere “Dobbiamo parlare di Kevin” di Lionel Shriver prima che diventasse introvabile l’argomento di “La spinta” di Ashley Audrain, pubblicato da Rizzoli, non sarà nuovo.

Blythe, discendente di due generazioni di donne che non hanno vissuto serenamente la maternità [sua nonna si è suicidata e sua madre l’ha abbandonata], si innamora negli anni dell’università e poco prima dei trent’anni dà alla luce Violet. Nonostante abbia desiderato la gravidanza e voglia con tutta sé stessa essere una madre esemplare, relazionarsi con Violet non è semplice, i primi mesi dopo il parto sono estenuanti e con il passare degli anni alcuni comportamenti della bambina sembrano emettere il suono di veri e propri campanelli d’allarme.

Quando facciamo la sua conoscenza, Blythe è in un’auto, fuori dalla nuova casa dell’ex marito Fox, e ne osserva le dinamiche familiari, in particolare osserva Violet, il suo sguardo tagliente attraverso i vetri.

È nella voce di Blythe che il lettore ripercorre la quindicina di anni precedenti, ricostruendo gli eventi che hanno portato alla separazione [il secondo figlio di Blythe e Fox, Sam, è morto per essere stato investito quando la sorella aveva spinto il passeggino in strada -da qui, “la spinta”; prima ancora aveva fatto cadere dallo scivolo un bambino, che era morto in seguito all’impatto; e il romanzo termina in maniera aperta, lasciandoci solo immaginare la disgrazia capitata a Jet, il nuovo fratellino concepito dal tradimento del padre con la segretaria e poi nuova compagna Gemma] in un crescendo di tensione e di rivelazioni.

“La spinta” è un romanzo psicologico dal ritmo serrato di un thriller, che indaga la maternità e le tante sfide a cui una madre è posta quotidianamente davanti, la sua solitudine; è un libro angosciante, impossibile da posare finché non lo avrete terminato, al punto che l’ho divorato in unico fine settimana per la curiosità di conoscerne lo sviluppo.

Non posso definirlo un testo imprevedibile, e non vi troverete una scrittura ricercata o uno stile memorabile, ma se siete alla ricerca di un romanzo che vi tenga incollati alle pagine dall’inizio alla fine questa può essere la scelta perfetta!

Qual è l’ultimo libro che avete letto tutto d’un fiato?

lunedì 29 dicembre 2025

Madre d'ossa

Quinto e per ora ultimo volume delle avventure del commissario Teresa Battaglia scritte da Ilaria Tuti e pubblicate da Longanesi, "Madre d'ossa" non ha nulla da invidiare ai precedenti -anzi mi ha coinvolta anche più di "Figlia della cenere", che tra i precedenti mi aveva tenuta un po' più a distanza per quanto riguarda l'indagine.

Non consiglierei di leggere "Madre d'ossa" come romanzo a sé, perché è strettamente intrecciato alle storie precedenti, in particolare al caso risolto nella "Ninfa dormiente" e vi ritroviamo un personaggio che ha ricoperto un ruolo di primo piano in "Figlia della cenere" [nientemeno che Giacomo, il serial killer]. 

A partire da quello che appare come il suicidio di un adolescente la cui famiglia ha antiche origini longobarde, Teresa (il cui stato di salute è purtroppo sempre più precario), Massimo e la loro squadra porteranno alla luce sepolture risalenti a diverse epoche e il culto della madre d'ossa, giunto fino al presente e che coinvolge i più alti piani del potere friulano. Come nei romanzi precedenti la storia, qui in particolare quella antica, si intreccia al caso d'indagine e compaiono pagine in corsivo che introducono un punto di vista differente sulla narrazione [quello della madre d'ossa, nient'altro che la vittima ragazzina di un culto simile a quello della kumari indiana, dove però è costretta a mettere al mondo una nuova madre d'ossa che la sostituirà e alla morte una volta venuta questa alla luce, mentre i figli maschi le vengono sottratti e inseriti illegalmente nel circuito delle adozioni].

Come sempre Ilaria Tuti scrive un romanzo avvincente e pieno di riferimenti artistici e culturali che rendono il giallo più ricco e interessante, e mi ha regalato pomeriggi completamente immersa nella lettura. Spero che un nuovo caso di Teresa Battaglia arrivi presto in libreria, ma nel frattempo sono contenta di aver portato a termine un'altra serie di romanzi senza perdermi per strada, e sono pronta a scegliere la prossima!

Avete in corso la lettura di qualche serie?

American Dust

"American Dust" di Richard Brautigan, pubblicato da Minimum Fax, è un titolo capitato nella mia libreria per un colpo di fortuna: partecipando ad un progetto di lettura (la #panamericanbookway organizzata da @laviaggialettrice) sono andata alla ricerca di titoli ambientati nello stato dell'Oregon, e ho scoperto questo che sembrava nelle mie corde.

Nella mia ignoranza non sapevo che Brautigan è stato un importante autore del Novecento americano, contemporaneo di Carver e come lui prematuramente scomparso (suicida). Diversi dei suoi titoli hanno riscosso un grande successo di critica e pubblico, e "American Dust" è la sua ultima opera, una sorta di testamento che contiene moltissimi elementi autobiografici che prima d'allora non aveva mai deciso di mettere su carta.

È un romanzo breve e struggente "American Dust", a cavallo tra gli anni '40 e '60, con i ricordi della guerra ancora freschi, e ha per protagonista un uomo che ricorda la propria adolescenza nell'Oregon e un evento drammatico che gli è accaduto suo malgrado [ha sparato per errore ad un amico mentre pensava di colpire un fagiano e l'ha ucciso, e sebbene sia stato riconosciuto innocente in quanto omicidio involontario ne è rimasto inevitabilmente traumatizzato, cercando di elaborare il trauma conducendo ricerche sugli hamburger -infatti quando ha acquistato i proiettili ha scelto di farlo rinunciando all'acquisto proprio di un hamburger nel locale accanto all'armeria]. 

È un romanzo lento e contemplativo, composto di istanti e di immagini, dai due coniugi che pescano seduti su un divano sulla riva del lago a personaggi privi di tutto che vivono nelle baracche ma ciononostante gli regalano i vuoti a rendere delle loro bottiglie di birra. 

Il punto di vista rimane quello del ragazzino che il protagonista è stato, con il suo tono scanzonato che mi ha ricordato i personaggi e le atmosfere di Mark Twain, che con tanta bravura ha saputo raccontare quel momento della vita in contesti simili a quest'Oregon rurale dove Brautigan è cresciuto.

"American Dust", questa polvere americana rimasta in lingua originale per renderla al meglio, per rievocare le tempeste di sabbia durante la Grande Depressione di cui sono figli i protagonisti di questo romanzo, con le loro rassegnazioni e la povertà che li spinge a trasferirsi da un alloggio all'altro. Trasmette molta malinconia questo libro nelle sue poco più di cento pagine, ma è stata davvero una scoperta sorprendente e mi sono meravigliata che Brautigan non sia in Italia noto quanto i suoi contemporanei. 

Qual è l'ultimo autore a cui vi siete avvicinati per la prima volta?

Wellness

Inizia bene quest’anno nuovo di letture, perché ho già incontrato uno di quei libri su cui rifletterò a lungo: “Wellness” di Nathan Hill, pubblicato da Rizzoli.

Quella che potrebbe sembrare la storia dell’incontro prima e del matrimonio poi tra Jack ed Elizabeth si rivela nelle oltre 700 pagine del romanzo molto di più: un’opera che spazia dall’arte e la fotografia alla scienza, dai placebo alle teorie sull’educazione, dagli algoritmi ai segreti di famiglia che i due non sono riusciti a confessarsi neanche in più di vent’anni.

Jack arriva dalle pianure del Kansas a Chicago, per frequentare un college dentro un museo, che gli ha segnalato l’amata sorella; Elizabeth prende le distanze da una stirpe di arrivisti che l’ha sradicata troppo spesso e intraprende più corsi di studio possibili. Sono due solitudini che si spiano da una stanza all’altra di un quartiere trascurato prima della sua gentrificazione, e poi diventeranno coniugi e genitori, e quando li ritroveremo cresciuti riconosceremo le tracce di quella solitudine profonda, di quella incomunicabilità dei propri bisogni che si sono portati dietro.

Nathan Hill scrive un romanzo psicologico che non indugia nel romanticismo, ma anzi lo racconta con un’onestà quasi brutale, lo disseziona; e lo arricchisce di molto altro, dell’universo di personalità e di professioni che circondano Jack ed Elizabeth, fino a svelarci le motivazione più profonde che li hanno condotti dove sono.

È un romanzo difficilissimo da riassumere, ricchissimo e documentato, che ci trasporta dal passato al presente tra i vari capitoli e flashback dopo flashback ci svela i suoi protagonisti rendendoli tridimensionali. Ne ho amata ogni singola pagina, in particolare lo sviluppo verso la conclusione in cui finalmente i nodi vengono al pettine [Jack ha sempre creduto di essere responsabile della morte della sorella in uno degli incendi appiccati dal padre, mentre era stata la madre a dargli quell’indicazione da riferire alla ragazza, e infatti suo padre con cui si scriveva o meglio litigava su Facebook gli aveva scritto prima di morire che non era colpa sua. Elizabeth era fuggita da un padre incapace di accettare la sconfitta, che più volte era stato violento con lei, e aveva attratto Jack con le stesse domande dei suoi esperimenti sull’amore a prima vista senza mai rivelarglielo] ed è un romanzo a cui ripenserò  nel tempo e che consiglierò a lungo.

Ora sono curiosissima di dedicarmi al romanzo d’esordio di Hill, che ho trovato nel calendario dell’avvento di Baak!

Voi avete già letto Hill?