lunedì 13 luglio 2020

Io non mi chiamo Miriam

Sullo sterminio nazista nel corso del secondo conflitto mondiale sono stati scritti molti libri, ma di solito si tratta di opere biografiche o di saggistica. Credo che questo sia il primo romanzo di finzione sull'Olocausto che io abbia mai letto: e si tratta di un'opera coraggiosa, di altissima qualità.



Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autrice: Majgull Axelsson
Anno della prima edizione: 2016
Titolo originale: Jag heter inte Miriam
Casa editrice: Iperborea
Traduttrice: Laura Cangemi
Pagine: 576



LA STORIA

In una tranquilla località della Svezia, il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno Miriam riceve dal suo amatissimo figlio Thomas e dalla nipote Camilla un bracciale d’argento con inciso il suo nome. La reazione della donna lascia però i familiari senza parole: “Io non mi chiamo Miriam”, afferma.
Il passato di Miriam infatti (il cui vero nome era Malika) è un completo mistero per tutti coloro che la circondano; è un segreto che la donna si è portata dentro, ben nascosto, da quando si trovava ancora nel campo di concentramento di Auschwitz dove era stata deportata perché appartenente ad una famiglia rom tedesca.
Scambiata poi la sua uniforme troppo consumata con quella di una prigioniera ebrea ormai deceduta, dopo aver perso tutti i suoi familiari (compreso l’adorato fratellino Didi), Malika diventa per tutti Miriam. Una cicatrice maschera la Z del tatuaggio sul suo braccio, e la sua nuova identità di sopravvissuta di religione ebraica sostituisce quella vecchia nella nuova vita che Miriam si costruisce in Svezia, ospite di Hannah, una donna fredda ma generosa che le insegnerà come inserirsi in una società pacifica e ricominciare.
Anche se Auschwitz, Bergen Belsen e soprattutto il volto di Didi non la abbandoneranno mai, e non se ne andranno mai dai suoi incubi… 




COSA NE PENSO

Miriam è una donna spezzata, una donna la cui vita è stata scandita dai traumi. Una deportazione quando era giovanissima, le tremende condizioni di vita nei campi di concentramento, l’assistere alla morte di Didi (vittima del sadismo del nazista Mengele) sono aspetti che le sono entrati in profondità, lasciando tracce impossibili da cancellare
Vede che anche altri bambini oppongono resistenza, che Raul addenta il guanto di una signora e ottiene in risposta uno schiaffo, che Anuscha cerca di liberarsi a calci con scarsi risultati e che Didi è in braccio a una donna in uniforme e tende disperato le braccia alla Miriam che si chiama ancora Malika. Sa che per amor suo deve ricomporsi e smettere di strillare ma non ci riesce, perché nello stesso tempo sa che niente tornerà più come prima, che l'ultimo secondo della vita che ha vissuto è arrivato e trascorso. E poi sa che il nonno si è sbagliato, ma non glielo direbbe mai, né a lui né a suo padre né a Didi e nemmeno a se stessa.
Nella sua vita in Svezia, Miriam ha sempre fatto attenzione a non farsi notare, a non contravvenire alle regole, ad inserirsi al meglio. Ha cresciuto Thomas, rimasto orfano di madre appena neonato, e poi ne ha sposato il padre: un uomo con il quale ha condiviso l’esistenza senza mai un litigio, e senza mai rivelargli chi fosse davvero.
Olof fa il dentista e nessun dentista di Nässjö guadagna quanto lui, e lei è sul suo bel divano Carl Malmsten a lavorare a maglia quando d'un tratto scompare tutto. La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo e non resta altro che il grigio crepuscolo invernale fuori dalla finestra e la neve che cade, e per un breve istante è di nuovo a Ravensbrück ed Else fissa il vuoto con gli occhi sbarrati per la febbre e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere.
Miriam è una moglie per Olof, è una madre per Thomas: la maternità emerge spesso in questo romanzo ma non è una maternità biologica, è un istinto materno che si mostra nei più diversi contesti. Sono madri per Miriam Else nel lager, Hannah che in Svezia le insegna come comportarsi; lei lo è per Thomas una volta rimasto orfano, ma fino a quando sarà un uomo adulto neanche lui avrà accesso al segreto di sua madre.
Il segreto è infatti ciò che contraddistingue la vita di Miriam, che le ha fatto nascondere la propria vera identità: nella civile e pacifica Svezia i tattare (un gruppo nomade simile ai rom) vengono spesso maltrattati; con ogni probabilità essere la vera se stessa non le avrebbe reso possibile una vita soddisfacente quanto quella che ha in quanto Miriam, e lei ne è consapevole. Miriam ha scelto di mantenere il suo segreto, ha scelto di vivere
Per un secondo aveva desiderato di poter tornare indietro nel tempo e sussurrare al suo io prigioniero che quel giorno sarebbe arrivato. Un giorno in cui non avrebbe avuto fame, né nausea né mal di testa e al momento di svegliarsi non si sarebbe sentita stanca da morire, un giorno in cui avrebbe aperto gli occhi in una stanza con le rose gialle alle pareti e un pechinese morbido accanto, un giorno in cui avrebbe saputo che in cucina c'erano pane e marmellata e formaggio e uova e che nessuno, non una sola persona, le avrebbe impedito di mangiare. Poi si era trattenuta. Non voleva pensare al suo io prigioniero.
La storia di Miriam e della sua sopravvivenza ruotano attorno al dramma dell'Olocausto: l'autrice sceglie in particolare due elementi sui quali focalizza l'attenzione del lettore. Il primo è lo sterminio sistematico dei rom e la loro rivolta ad Auschwitz, una delle poche che ci siano mai state in un campo di concentramento, che attraverso la resistenza passiva fu in grado di vincere per un giorno sulle SS: un episodio raccontato molto di rado, che meriterebbe di far parte della memoria collettiva e di essere celebrato. Il secondo elemento è l'orrore degli esperimenti di Mengele, crudele e sadico, subdolo al punto da essere chiamato dai bambini rom del lager "il dottore delle caramelle" -il solo soprannome fa accapponare la pelle. Le brutalità messe in pratica da quest'uomo non meritano secondo l'autrice alcun perdono, e devono essere ricordate.

"Io non mi chiamo Miriam" non è però soltanto un romanzo sull'Olocausto, ma anche un romanzo sull'identità e su ciò che significa vivere un'intera esistenza nei panni di qualcun altro, con un segreto impossibile da rivelare finché non si arriva al punto di rottura - nella fattispecie al bracciale ricevuto in dono, a ricordarle la gabbia dorata di menzogne nella quale ha vissuto.
A quel punto sceglie di fidarsi, Miriam, o forse non ha più alternative, ha bisogno di riappropriarsi di ciò che è stata e si fida di Camilla, la sua giovane, indipendente nipote. Tra nonni e nipoti è più facile trovare un terreno comune di quanto non lo sia trovarlo tra figli e genitori, ed infatti attraverso il doloroso racconto condiviso con Camilla Miriam e Malika si fondono in un'unica donna, custode di tante esperienze e tanti dolori, finalmente in pace con se stessa senza alcun segreto da nascondere.
«Guarda, lo so che tu e la tua generazione ritenete molto utile che si parli di tutto, ma per noi non era così. Abbiamo imparato a dimenticare. Lo dicevano tutti, allora: dimentica e guarda avanti! Non stare a rimuginare sul passato…» S'interrompe e s'incurva leggermente, ma appena se ne accorge raddrizza le spalle. «E poi non c'era nessuno che fosse così interessato ad ascoltare quello che avevamo da raccontare. La gente non voleva sentire e basta.»
"Io non mi chiamo Miriam" è un romanzo di rara intensità, che emoziona, indigna, commuove; impossibile non identificarsi con una coraggiosa ragazzina che resiste a tutto, che trova in se stessa una forza inimmaginabile. Questo romanzo è un'originale opera di finzione su un tema completamente vero, ed è un modo non banale per parlarne, del tutto rispettoso dei suoi superstiti e opera di una scrittrice dall'enorme talento
Ho terminato questa lettura mesi fa, e ancora oggi ne conservo un ricordo estremamente vivido; mi ha colpita come non mi sarei aspettata, e di certo si tratta di una delle letture migliori affrontate negli ultimi anni. Cosa aspettate a procurarvene subito una copia?

lunedì 6 luglio 2020

Lessico famigliare

In materia di classici, antichi e moderni, sono molto ignorante. Più facile per me è farmi incuriosire da un romanzo uscito da poco, di cui si parla tanto o che si vede spesso in giro; tuttavia vorrei davvero colmare questa lacuna e variare il mio genere di letture. In questo caso ci sono riuscita, anche se si tratta di un libro che avevo già iniziato diverse volte, senza mai riuscire a terminarlo…




Titolo: Lessico famigliare
Autrice: Natalia Ginzburg
Anno della prima edizione: 1963
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 222




Difficile definire “Lessico famigliare”: Natalia Ginzburg lo definì un romanzo, pur raccontando la sua famiglia e i suoi amici e conoscenti; non è certamente un diario, essendo quasi completamente privo di riferimenti temporali, e non è un’autobiografia, dal momento che è proprio Natalia quella a rimanere più in secondo piano
L’ultimo romanzo che ho scritto è tutto vero. È però un romanzo, perché vi manca l’obbiettività d’una cronaca, e perché non mi sono proposta, scrivendo, di dare un quadro obbiettivo e fedele della realtà, ma semplicemente di far rivivere la realtà a modo mio e come io volevo.

Chi spicca di più sono certamente i genitori: Lidia e Beppino, solare lei quanto autoritario (ma spesso inascoltato) lui, alla testa del clan di figli ognuno con le proprie inclinazioni, le proprie amicizie e soprattutto le loro parole: quei sempiezzi, sbrodeghezzi, quelle robine, quei termini che creano un codice privato, una forma di riconoscimento e di condivisione. 

Lidia Tanzi e Giuseppe Levi
Più che parlare dei legami Natalia ritrae i suoi familiari come se fossero i suoi personaggi, ne rievoca i momenti più importanti, le carriere universitarie, i matrimoni -degno di nota quello della sorella Paola con l’imprenditore Adriano Olivetti, descritto con grande dolcezza tra queste pagine.
Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era cosí familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno.
Adriano Olivetti e Paola Levi
C’è ben poco ebraismo in “Lessico famigliare”, nonostante Natalia sia nata Levi; è un ebraismo secolarizzato, a cui di rado si fa riferimento, se non per qualche commento ironico sulle differenze esteriori tra ashkenaziti e sefarditi, o quando il fascismo fa sentire sempre di più la propria presenza. 
Padre e fratelli Levi vengono infatti arrestati numerose volte per la loro opposizione al regime, così come coloro che gravitano attorno alla famiglia (primo fra tutti Leone Ginzburg, primo marito di Natalia), mentre la guerra sembra ancora una realtà lontana, priva di conseguenze irreversibili.
Ma poi la guerra arriva e Natalia la descrive in poche righe, perché poco spazio è lasciato ai dolori in “Lessico famigliare”: poche righe occupa la morte di Leone Ginzburg, torturato dai fascisti, poche righe i bombardamenti che distruggono l’Italia, e in un numero così limitato di parole trapela un’efficacia rara.
La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l’era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c’era piú uno che potesse far finta di niente, chiuder gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c’era. In Italia fu cosí la guerra.
Poche righe sono dedicate anche al suicidio di Pavese. Pavese, amico della famiglia Levi, ha condiviso con loro numerose serate torinesi e fa capolino tra queste pagine in paragrafi colmi di dolcezza, in cui traspare un personaggio ironico, poco interessato alla politica, facile alle delusioni d’amore, che ama le ciliegie: questi brevi, fugaci ritratti dello scrittore sono stati i miei brani preferiti dell’intero libro della Ginzburg, perché mi sono sembrati quasi degli scatti rubati in cui intravedere l’uomo dietro l’autore
Continuò tuttavia ad avere paura della guerra, anche dopo che la guerra era da gran tempo finita: come, del resto, noi tutti. Perché questo ci accadde, che appena finita la guerra ricominciammo subito ad aver paura di una nuova guerra, e a pensarci sempre. E lui temeva una nuova guerra piú di tutti noi. E in lui la paura era piú grande che in noi: era in lui, la paura, il vortice dell’imprevisto e dell’inconoscibile, che sembrava orrendo alla lucidità del suo pensiero; acque buie, vorticose e venefiche sulle rive spoglie della sua vita.

Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli (1932)
Impossibile ridurre la lettura di un testo così importante per la letteratura italiana ad un giudizio personale, specialmente parte di chi come me legge per piacere e non per mestiere -quindi con limitatissime capacità critiche. 
"Lessico famigliare" vinse il Premio Strega nel 1963 e riscosse un immenso successo; oggi è considerato un classico della letteratura italiana del Novecento, un libro capace di raccontare un'epoca attraverso la storia di una famiglia. Spesso viene consigliato come lettura scolastica: personalmente credo che pochi adolescenti possano apprezzarlo (io per esempio non ne ero affatto stata capace) e che sarebbe meglio leggerlo da adulti, quando i nomi di Turati, dei fratelli Rosselli, di Pavese per dirne qualcuno avranno acquisito un significato. 
Non l'ho trovata una lettura semplice, ma quando l'ho conclusa mi sono sentita arricchita e soddisfatta per averla portata a termine; vi consiglio di fare lo stesso quando vi sentirete pronti a farlo, di certo arriverà il momento giusto!

lunedì 29 giugno 2020

Il gioco dell'angelo

In seguito alla lettura de L'ombra del vento, che dopo aver visitato Barcellona ha assunto per me una sfumatura ancor più romantica ed evocativa, ho deciso di proseguire in quella che negli anni è diventata una tetralogia con il secondo volume della saga del Cimitero dei Libri Dimenticati.



Titolo: Il gioco dell'angelo
Autore: Carlos Ruiz Zafón
Anno della prima edizione: 2008
Titolo originale: El juego del ángel 
Traduttore: Bruno Arpaia
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 466



LA STORIA

David Martin è un giovane amante della letteratura, figlio di un uomo analfabeta ed ostile a tutto ciò che, come i libri, gli sembra una perdita di tempo. Una volta perduto il padre, ucciso in circostanze misteriose, David inizia il proprio lavoro nella redazione di un giornale e tutte le opere che pubblica portano sempre il nome di qualcun altro -l'unico romanzo a suo nome invece non riscuote alcun successo. La sua vita però è destinata a cambiare quando un misterioso editore in arrivo dalla Francia, Andreas Corelli, gli commissiona un'opera assai ben pagata; in seguito a questo incarico David trasloca anche in una nuova, lugubre dimora ricca di segreti dal passato… che non sono sepolti quanto si potrebbe pensare.


COSA NE PENSO

Innanzitutto è necessario inquadrare a livello temporale questo romanzo, che si svolge tra gli anni Venti e Trenta del 1900. Non è quindi ancora scoppiata la guerra civile spagnola, e rispetto all'ambientazione de L'ombra del vento ci troviamo nel passato.
Erano anni in cui il sangue e la violenza per le strade di Barcellona cominciavano a essere pane quotidiano. Giorni di volantini e bombe che lasciavano resti di corpi tremanti e fumanti per le strade del Raval, giorni di bande di figure nere che vagavano nella notte spargendo sangue, di processioni e sfilate di santi e generali che puzzavano di morte e di inganni, di discorsi incendiari in cui tutti mentivano e tutti avevano ragione. [...]  La notte apparteneva alla luce a gas, alle ombre dei vicoli spezzate dai bagliori degli spari e dai lampi azzurrati della polvere bruciata. Erano anni in cui si cresceva in fretta, e quando l'infanzia si sbriciolava tra le loro mani molti bambini avevano già lo sguardo da vecchi.
La presenza del Cimitero dei Libri Dimenticati non è predominante in questo romanzo, ma la famiglia Sempere alla quale ci siamo affezionati ne L'ombra del vento ritorna: in questo caso si tratta sempre di una coppia padre-figlio, ma Daniel nascerà solo al termine del romanzo, mentre i personaggi nella storia sono suo nonno e suo padre.


Un altro ruolo non centrale nella vicenda, ma piuttosto comprimario a quello di David, è quello del personaggio di Isabella: una ragazza che si propone di fargli da assistente in cambio di poter apprendere da lui l'arte della scrittura, ma mostra in modo evidente di provare per lui un amore profondo che tuttavia non viene mai ricambiato dal tormentato autore. David infatti è da sempre innamorato di Cristina, che conosce fin da bambino ma per convenienza ha preferito sposare un uomo facoltoso a cui anche David deve molto, condannandosi ad una perpetua infelicità.
Ci guardammo in silenzio e seppi che non potevo né volevo mentire a quella donna, a nessun costo. «Sto cercando di capire cosa accadde a suo marito, signora Marlasca.» «Perché?» «Perché credo che a me stia succedendo la stessa cosa.»
Isabella è insieme a David il personaggio meglio caratterizzato del romanzo, che mostra la propria forza insieme alle proprie indubbie debolezze, ed avrei desiderato per lei maggiori fortune; il matrimonio con Sempere infatti, nonostante le stesse dichiarazioni di lei, continua a sembrarmi una scelta in mancanza d'altro -di David, nella fattispecie.

Il mistero attorno al quale ruota "Il gioco dell'angelo" è però senz'altro Andreas Corelli, presunto editore che paga profumatamente gli scrittori affinché inventino per lui una religione. Questo elemento che pare all'inizio del romanzo fondamentale in realtà va perdendosi nello svolgimento, a vantaggio di scene rocambolesche, inseguimenti, omicidi e chi più ne ha più ne metta. "Il gioco dell'angelo" è infatti un romanzo ricco di azione, specialmente nella seconda metà, mentre l'aspetto delle indagini e del mistero da svelare diventa via via meno importante -il che è un peccato.
«Da dove vuole che inizi?» «È lei il narratore. Le chiedo solo di dirmi la verità.» «Non so qual è.» «La verità è quella che fa male.»

Oltre che un romanzo avventuroso però nel secondo volume della tetralogia non mancano gli elementi fantastici: infatti il misterioso Corelli non invecchia, e la stessa trasformazione capita a David dopo che proprio Corelli pare guarirlo magicamente da una gravissima malattia che lo avrebbe altrimenti condotto in breve alla morte. Questi aspetti, come l'identità di Corelli, restano di fatto privi di una spiegazione, come se capitassero per caso: trovo che questa sia una vera e propria debolezza della trama, così come la conclusione che vorrebbe essere romantica ma aggiunge un ulteriore tassello privo di contestualizzazione -Corelli sarebbe infatti in grado di ricreare gli individui a suo piacimento e riportarli sulla Terra….
Diverse sono quindi le critiche che ho da muovere a "Il gioco dell'angelo", nonostante lo stile di scrittura di Zafón resti appassionante e le sue descrizioni di una Barcellona cupa e suggestiva aggiungano alla storia un tocco in più.
«I visitatori occasionali credono ingenuamente che ci siano sempre caldo e sole in questa città» disse il principale. «Ma, come amo dire, prima o poi l'anima antica, torbida e oscura di Barcellona si riflette in cielo.»
Ho di gran lunga preferito il primo romanzo della tetralogia fino ad oggi, ma ho intenzione di continuare nella lettura del terzo e del quarto per potervi dare un'opinione più completa!

lunedì 22 giugno 2020

Vicolo del Mortaio

Come ormai avrete capito, la letteratura araba mi affascina molto, in particolare quella egiziana di cui trovate qui tutti gli articoli -più che altro perché mi pare più semplice da reperire, non leggendo io l’arabo in lingua originale. Di Nagib Mahfouz avevo già letto e apprezzato alcune opere minori (qui trovate l’articolo dedicato a Canto di nozze) ed ero interessata a leggerne una delle più antiche e più conosciute.




Titolo: Vicolo del Mortaio
Autore: Nagib Mahfouz
Anno della prima edizione: 1947
Titolo originale: Zoqaq al-Midaq
Casa editrice: Feltrinelli
Traduttore: Paolo Branca
Pagine: 254


LA STORIA

Vicolo del Mortaio è una viuzza del Cairo, animata da botteghe e caffè, dove vivono i personaggi che popolano questo libro. Ci sono giovani e meno giovani, ragazze attraenti, donne che cercano marito e altre che organizzano matrimoni; ci sono uomini dalla condotta riprovevole, dediti a mestieri non convenzionali. Il tutto avviene sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale che sta per finire.


COSA NE PENSO

Nagib Mahfouz è l’unico autore di lingua araba ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura: lo vinse nel 1988, quando “Vicolo del mortaio” aveva visto la luce da molto. Pubblicato infatti nel 1947, questo romanzo corale è ambientato nel quartiere di Khan-el-Khalili, il principale suq (mercato arabo) della parte antica della capitale egiziana, sul finire della Seconda Guerra Mondiale.

L’imminente sconfitta di Hitler non viene accolta con la gioia che la accompagna in Europa, perché diversi cittadini del Cairo si sono arruolati per denaro nell’esercito inglese e speravano che questa opportunità di guadagno sarebbe durata per lungo tempo – il monarca che regnava all’epoca, Re Faruq, aveva infatti concesso al Regno Unito di utilizzare l’Egitto come base militare nel corso del conflitto mondiale.
Liberati dalla vista di quel cadavere di Kamil e vieni nell’esercito inglese. É un pozzo senza fondo, il tesoro del gran santo! Questa guerra non è una sventura, come dicono gli ignoranti. É una benedizione del Signore per toglierci da un abisso di miseria e di indigenza. Ben vengano le incursioni aeree, visto che ci bombardano d’oro. Non ti ho già detto di entrare nell’esercito? Ti ripeto che è il momento buono. Se l’Italia è stata sconfitta, la Germania resiste ancora, e poi c’è il Giappone… la guerra durerà vent’anni.
Vicolo del Mortaio è evidentemente una zona povera della città: vi abitano persone modeste, che tirano a campare e spesso non lo fanno con i mezzi più leciti. C’è chi si improvvisa dentista, ma si procura le dentiere sottraendole ai cadaveri da poco sepolti; chi compie atti di violenza per mutilare i mendicanti su loro richiesta, in modo da renderli veramente disabili. C’è chi quel Vicolo non lo sopporta, e non vede l’ora di cambiar vita, di andar via; e c’è chi invece tutto sommato ci è affezionato, ma non ha il coraggio di ammetterlo ad alta voce.
 “Non è necessario attendere la fine della guerra. Saremo gli abitanti più felici del Vicolo”. Lei aggrottò la fronte ed esclamò con disgusto: “Il Vicolo del Mortaio.” Al-Helwu la guardò imbarazzato, non osava prendere le difese di quel luogo che pure amava e che preferiva ad ogni altro al mondo.
Mahfouz costruisce un affresco di un luogo e dei suoi abitanti; il personaggio che più spicca tra di essi, che è stato meglio caratterizzato, è un personaggio femminile: quello di Hamida. Hamida è una giovane donna attraente, orfana, cresciuta da una donna che l’ha trattata come una figlia e che di mestiere organizza matrimoni per la gente della zona. Hamida però non vuole accontentarsi del ragazzo proprietario della bottega di barbiere, sogna un’esistenza di abiti eleganti, di appartamenti con la luce elettrica e l’acqua corrente; così sarà logico farsi sedurre dalle facili ricchezze, che però non sempre conducono alla felicità.
“Perché disprezzi questa vita?” “Ma è davvero vita? In questo vicolo ci sono solo morti, se ci resterai non avrai neppure bisogno di esser seppellito e che Dio abbia pietà di te”.
La lingua di Mahfouz è spesso ironica, tagliente, non risparmia un giudizio spietato nei dialoghi in cui si discute di un personaggio o dell’altro; sembra dirci che il Vicolo del Mortaio non ha compassione per nessuno, che per nessuno dei suoi abitanti ci sarà salvezza in questa vita o nella prossima.
Ma come tutte le altre anche questa notizia passò, per l’ineluttabile disposizione del Vicolo all’oblio e all’indifferenza. Al mattino, se era il caso, si piangeva, ma alla sera già si sghignazzava tra le porte e le finestre che si aprivano e si chiudevano con un medesimo cigòlio.

Io l’ho trovato un romanzo di non semplicissima lettura, specialmente nella sua prima parte in cui ho faticato ad ingranare e ad entrare in empatia con gli abitanti del Vicolo; il ritmo accelera però man mano che la vicenda di Hamida e del suo innamorato Abbas si sviluppa, e anche il coinvolgimento del lettore aumenta.

“Vicolo del Mortaio” è senz’altro un ottimo esempio della tradizione letteraria del realismo arabo, e rappresenta un Egitto che oggi non esiste più in questa sua forma, ma che è facile immaginarsi grazie alle descrizioni dell’autore. Lo consiglio a tutti coloro che sono interessati alla storia della Seconda Guerra Mondiale, poiché il fronte al di là del Mediterraneo è un’area che raramente viene presa in considerazione; se poi cercate un romanzo a più voci, che vi tenga compagnia senza togliervi il sonno, “Vicolo del Mortaio” fa certamente al caso vostro.

lunedì 15 giugno 2020

Donne che parlano

Negli scorsi anni ho letto alcuni libri dalle tematiche che si potrebbero definire femministe: mi riferisco a "Ragazze elettriche" di Naomi Alderman e "Vox" di Christina Dalcher, entrambi romanzi di genere distopico. Di femminista in queste letture ho trovato ben poco: entrambe si sono rivelate infatti delle delusioni, con mio dispiacere dal momento che l'argomento è davvero di mio interesse.
Per fortuna ci sono anche libri di ben altro livello che diano voce alla questione femminile, e questa volta sono riuscita a scovarne uno!



Titolo: Donne che parlano
Autrice: Miriam Toews
Anno della prima edizione: 2018
Titolo originale: Women Talking
Traduttrice: Maurizia Balmelli
Casa editrice: Marcos y Marcos
Pagine: 253



LA STORIA

In una ristretta comunità mennonita del Nord America, avviene qualcosa di molto strano: le donne durante la notte sognano di essere visitate da demoni e spiriti maligni di ogni sorta. Quando una di loro però resiste al sonno, scopre che la realtà è ben diversa: le donne della comunità sono state narcotizzate dagli uomini, che hanno fatto irruzione nelle loro stanze da letto per violentarle -giovani e meno giovani, addirittura bambine di pochi anni.
La comunità però prevede stringenti regole morali, e così -mentre gli uomini si trovano in carcere, per la loro incolumità e non per punizione- ci si aspetta che le donne perdonino e voltino pagina. Non è però una decisione semplice da prendere, ed infatti molte di loro sono combattute: restare, oppure ricorrere alla vendetta, o semplicemente trovare il coraggio di andarsene?
Siamo donne senza voce, afferma Ona, pacata. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni - per forza che siamo sognatrici.

COSA NE PENSO

Nonostante siano le donne a parlare in questo romanzo, come già viene introdotto dal titolo, è in realtà un uomo a far loro da portavoce: si tratta di August, che nell'infanzia ha fatto parte della comunità di Molotschna, finché lui e la sua famiglia ne sono stati allontanati. Da adulto ha fatto ritorno ed è un uomo diverso dagli altri mennoniti che lo circondano: tormentato dai propri fantasmi, rifiuta l'ideologia patriarcale che usa violenza fisica e psicologica sulle donne, ed è infatti loro alleato.

Quella di Miriam Toews non è un'opera di fantasia, o perlomeno non del tutto: l'autrice ha infatti trascorso i primi diciotto anni della sua vita in una rigida comunità mennonita da cui poi ha scelto di fuggire -e conosce pertanto per esperienza diretta le dinamiche all'interno di simili gruppi. Per i fatti narrati nel romanzo inoltre si è ispirata ad un drammatico caso avvenuto realmente in Bolivia, tra il 2005 e il 2009: le donne di una comunità mennonita venivano narcotizzate con anestetici veterinari e stuprate quando incoscienti. Nella nota introduttiva alla sua opera, l'autrice scrive in proposito:
Donne che parlano è insieme una risposta narrativa a questi fatti di vita vissuta e un atto di immaginazione femminile.
Per il lettore, il romanzo di Miriam Toews è una lettura appassionante. L'autrice non presenta una ad una le sue protagoniste, non le descrive da un punto di vista esterno; le inserisce in una lista introduttiva ai verbali redatti da August e poi ce le lascia conoscere attraverso le loro parole, attraverso le loro interazioni. Ci sono donne anziane come Greta e Agata, anziane ma non rassegnate; c'è l'indomita Salomè, pronta a lottare, Ona che nessun uomo ha mai preso sul serio ma che August non ha mai smesso di amare. Ognuna di loro ha una voce, la propria voce inconfondibile e ben caratterizzata; ognuna di loro spicca tra le pagine e ha un'individualità che mostra quanto l'autrice abbia pensato ad ognuno dei suoi personaggi.
Sono incalzato dal tempo, e distratto perché ricordo come il defunto marito di Greta si facesse quasi venti chilometri verso sud in cerca d'alcol, e poi, ubriaco fradicio, qualcuno lo avvolgeva in una coperta e lo caricava sul calesse, confidando che i suoi cavalli avrebbero trovato la strada, cosa che puntualmente accadeva. Dopodiché Greta srotolava il marito dalla coperta e lo metteva a letto. E capisco meglio il suo profondo amore per Ruth e Cheryl, e ripenso a Frint, ai suoi grandi occhi dalle lunghe ciglia, al suo naso di velluto.
Sono donne forti quelle di Molotschna, provate dagli anni e dalla vita di privazioni e violenze a cui sono state costrette; sono donne poco abituate a parlare ed ancor meno a farsi domande, ma sono anche donne pronte a mettere tutto in discussione e a ricominciare, costi quello che costi. 
Nessuna di noi ha mai chiesto alcunché agli uomini, osserva Agata. Neanche la benché minima cosa, nemmeno che ci passassero il sale, nemmeno un centesimo o un momento di solitudine o di ritirare il bucato o di aprire una tenda o di andarci piano coi puledri piccoli o di metterci la mano sulle reni mentre di nuovo, per la dodicesima o tredicesima volta, cerchiamo di spingere un neonato fuori dal nostro corpo. Non vi pare interessante, dice, che la sola e unica richiesta che le donne avrebbero da fare agli uomini sia quella di andarsene?

Il romanzo di Miriam Toews è uno di quei romanzi capaci di sconvolgere i lettori, e forse ancor più le lettrici. È un romanzo potente ed intenso, che dalla violenza fa nascere una nuova possibilità, e più dei romanzi distopici citati in apertura di questo post è capace di ricordare la forza delle donne, la capacità femminile di reinventarsi e riscoprirsi. 
Non si tratta di una tematica semplice, e l'autrice non ci risparmia dettagli dolorosi, in grado di turbare profondamente. 
Non dobbiamo essere perdonate dagli uomini di Dio, urla, per aver protetto i nostri figli dalle azioni perverse di uomini malvagi che spesso sono gli stessi identici uomini a cui dovremmo chiedere perdono. Se Dio è amorevole sarà Lui a perdonarci. Se Dio è vendicativo, allora ci ha create a Sua immagine e somiglianza. Se Dio è onnipotente, allora perché non ha protetto le donne e le ragazze di Molotschna? Se Dio, nel Vangelo di Matteo, stando a Peter, il nostro saggio pastore, chiede: Lasciate che i bambini vengano a me e non impediteglielo, non dovremmo forse considerarlo un impedimento, il fatto che vengano stuprati? 
Nonostante ciò (e anzi, in parte proprio per questo) mi sento di consigliarvi questo libro come un potentissimo antidoto al maschilismo tossico, alle prevaricazioni della cultura patriarcale in cui ci troviamo immersi, anche se ben lontani dalle comunità mennonite di una cinquantina di anime; perché non si è mai abbastanza informati, non si è mai abbastanza preparati alla lotta e alla resistenza.

lunedì 8 giugno 2020

Misery

Che Stephen King sia uno dei miei autori preferiti ormai non è un mistero per chi frequenta questo blog. Molti anni fa, quando ero al liceo, lessi "Misery" e poi commisi l'imprudenza di prestare la mia copia -non ricordo a quale compagna di classe- che non me la restituì mai più. Avendo ormai perso le speranze di riaverla, quest'anno ho deciso di ricomprare "Misery" -e di rileggerlo.



Titolo: Misery
Autore: Stephen King
Anno della prima edizione:
Casa editrice:
Traduttore:
Pagine: 




LA STORIA


Paul Sheldon è un affermato scrittore, famoso soprattutto per la sua serie di romanzi rosa dedicati al personaggio di Misery -a cui ha deciso di porre fine con la morte della protagonista.
Tra le ammiratrici di Paul c’è Annie Wilkes; il caso vuole che una notte, alterato dall’alcool, Paul abbia un incidente lungo una strada poco battuta del Colorado e sia proprio Annie a trovarlo. Tuttavia, invece di portarlo in ospedale, Annie lo sequestra in casa sua… costringendolo tutt’altro che con le buone a riportare in vita Misery.


COSA NE PENSO


Stephen King scrisse Misery nei primi anni Ottanta, in un periodo di profonda dipendenza dall'alcol e dalle droghe; trovò l'ispirazione in un sogno che fece in aereo mentre con la moglie si recava a Londra, e lo scrisse di getto, nella notte, ad una scrivania nella hall dell'albergo -la stessa a cui pare fosse morto Kipling.
Allora, benché fossi quasi costantemente imbottito di droghe e annegato nell'alcol, a scrivere quel romanzo me la sono spassata un mondo. (Stephen King, On Writing)

In Misery, l’orrore a cui Stephen King ci ha abituato non ha alcuna componente soprannaturale: non ci sono creature fantastiche come ne “Le notti di Salem”, non ci sono poteri paranormali come in “Carrie”, non ci sono cadaveri riportati in vita come in “Pet Sematary”. In “Misery” l’orrore è del tutto umano, e sta nella brutalità con cui Annie si accanisce sulla psiche e sul corpo di Paul, nella tensione che pervade il romanzo, nella cattività in cui Paul è costretto a subire violenze inimmaginabili. 


Come in “Pet Sematary” King ha saputo raccontare l’esperienza del lutto e della sua necessaria ma dolorosa elaborazione, in“Misery” racconta la malattia mentale attraverso il personaggio di Annie. Questa ex infermiera ha un passato complesso, una vita segnata dalle crisi di cui è vittima e che non sa controllare; nel suo isolamento Annie perde il contatto con la realtà, preda di allucinazioni e manie persecutorie, al punto di concepire la morte come una liberazione -perlomeno quella altrui. 
Annie Wilkes, l'infermiera che tiene prigioniero Paul Sheldon in Misery, può sembrare una psicopatica a noi, ma è importante ricordare che lei si vede perfettamente equilibrata e razionale; è, anzi, una donna minacciata che cerca di sopravvivere a un mondo ostile pieno di burbe e caccolicchi. La vediamo passare attraverso pericolosi cambi di umore, ma ho cercato di non scrivere mai frasi esplicite come: «Quel giorno Annie era depressa, forse con inclinazioni suicide», oppure: «Quel giorno Annie sembrava particolarmente felice». Se sono io a dovervelo dire, ho perso. Se viceversa vi presento una donna taciturna e dai capelli sporchi che fagocita dolci con accanimento, spingendovi a concludere che Annie è nella fase depressiva di un ciclo maniaco-depressivo, vinco. E se sono capace, anche per breve tempo, di offrirvi uno scorcio del mondo attraverso gli occhi di Annie Wilkes, se riesco a farvi comprendere la sua follia, allora forse faccio di lei un personaggio con il quale simpatizzare o nel quale persino identificarsi. (Stephen King, On Writing)

L’intero romanzo ruota attorno a Paul e Annie: nonostante i protagonisti non siano ragazzi -e sappiamo dalla lettura di “It” che nel caratterizzare i più giovani il talento di King è pressocché insuperabile- ci troviamo davanti a due personaggi ben costruiti, il cui contrasto dà vita a una relazione carceriere-vittima del tutto credibile.
L’ambientazione è il microcosmo costituito dalla stanza in cui lPaul è tenuto prigioniero; raramente si allarga all’intero piano dell’abitazione, e non ne oltrepassa mai i confini. Il lettore vi è confinato quanto Paul, l’angoscia e una sensazione di claustrofobica oppressione sono palpabili pagina dopo pagina.
Scoprì tre cose quasi simultaneamente, dieci giorni circa dopo essere uscito dalla nube scura. La prima era che Annie Wilkes aveva un'ingente scorta di Novril (nonché di molti altri medicinali di vario genere). La seconda era che lui aveva sviluppato dipendenza dal Novril. La terza, che Annie Wilkes era pericolosamente pazza.

“Misery” non è però solamente un romanzo sulla prigionia, bensì è anche un romanzo sulla scrittura: fa parte una lunga serie di testi di King in cui i suoi protagonisti sono scrittori come lui, e proprio al potere dello scrivere dà voce attraverso il punto di vista di Paul -l’unico a cui il narratore, in terza persona ma onnisciente, dia voce.
Sarebbe lecito domandarsi, immagino, se il Paul Sheldon diMisery sono io. Di certo sono io in alcune parti... ma credo che scoprireste, continuando a scrivere, che ogni personaggio che create è in parte voi. (Stephen King, On writing)

La scrittura infatti tiene in vita Paul ben più delle pillole per il dolore da cui diviene in breve tempo dipendente; sebbene ridare vita al personaggio di Misery sia all’inizio un obbligo impostogli da Annie, pagina dopo pagina diventa il senso delle sue giornate, il fulcro a cui la sua sopravvivenza ruota attorno nonostante le sofferenze a cui è sottoposto -oltre al desiderio di vendetta nei confronti della sua carceriera, che si mescola al terrore che prova nei suoi confronti.
Perché gli scrittori ricordano tutto, Paul. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l'unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice.  

“Misery” è più di tutto un romanzo che appassiona: impossibile posarlo, impossibile non provare una bruciante curiosità nei confronti del destino del povero Paul. In “Misery” ci sono momenti in cui la tensione arriva al punto di far avvertire la necessità di interrompere la lettura per riprendere fiato, per ritornare alla confortevole realtà e ricordarsi di non essere prigionieri di Annie Wilkes in una fattoria del Colorado: proprio per questo “Misery” è un romanzo potente e davvero riuscito
Se amate i romanzi di Stephen King, non potete perdervelo; se invece dovete ancora avvicinarvi a questo autore, potrebbe essere un ottimo modo per cominciare! 

lunedì 1 giugno 2020

Io so chi sei

La trilogia ideale di Paola Barbato inizia con questo volume e prosegue con "Zoo"; si concluderà con un terzo titolo, "Vengo a prenderti". In realtà l'ordine di lettura non è così rigido, poiché le storie raccontate dai volumi già pubblicati sono cronologicamente parallele: io infatti ho letto per primo "Zoo" (di cui ho già scritto qui) e mi sono goduta moltissimo gli intrecci scoperti nel corso della lettura di "Io so chi sei".




Titolo: Io so chi sei
Autrice: Paola Barbato
Anno della prima edizione: 2018
Casa editrice: Piemme
Pagine: 520




LA STORIA

Lena lavora come receptionist d'albergo a Firenze. Da qualche anno la sua vita è radicalmente cambiata: da ragazza precisa e ordinata che era si è trasformata in una piuttosto trasandata, che porta i dreadlocks e indossa vestiti informi, per conformarsi ai desideri del suo innamorato Saverio. Saverio, che aveva problemi di droga ed era un animalista convinto, innamorato del suo molosso Argo; Saverio, che due anni prima è scomparso da un ponte sull'Arno e che tutti credono morto. Finché un giorno a Lena non viene recapitato un misterioso cellulare su cui appaiono messaggi che solo Saverio potrebbe aver scritto...

COSA NE PENSO

Per chi come me ha anteposto la lettura di "Zoo" a quella di "Io so chi sei" è chiaro sin dall'inizio dove si trovi Saverio; impossibile avere altrettanto chiare le identità dei colpevoli in questo romanzo, perché ciò che l'autrice sembra ripeterci pagina dopo pagina è che nessuno può dirsi davvero innocente.
Lena infatti, l'indiscussa protagonista del romanzo, non si può affatto definire un'eroina -caratteristica in comune con Anna, la protagonista di "Zoo". Lena è accecata dal suo amore per Saverio ed è disposta a tutto, a sacrificare chiunque (anche le amiche più care) nella speranza di riaverlo con sé; di Saverio non vede i lati oscuri, pare non ricordare la manipolazione e la violenza psicologica a cui era stata sottoposta, ricorda solo i bei momenti e il sentimento che vorrebbe disperatamente riconquistare.
«Tu dici che non giudichi mai nessuno, che sei uno spirito libero, però mi hai fatto cambiare il modo di vestirmi, di pettinarmi, di mangiare e pure di scopare. Perché così come ero io non ti andavo bene. Perché sei tu che vedi il dritto e lo storto, non io.» «E allora perché lo hai fatto?» l’aveva rintuzzata. «Perché potevo permettermelo. Perché non erano cose che mi definivano. Forse perché dei due quella davvero libera sono io.»
Accanto ad Anna ruota un universo di personaggi minori, tutti pedine sacrificabili sulla scacchiera della ragazza; spicca Francesco, poliziotto di origine napoletana, sotto la cui superficie brucia il fuoco della rabbia e della violenza ma anche della determinazione nel risolvere un caso a cui nessun altro avrebbe prestato tanta attenzione.
E allora qualcosa era scattato, perché pure lui era prigioniero della propria e forse lei sì, forse lei era il suo angelo redentore, forse se la salvava poteva salvare anche se stesso e spegnere il fuoco della furia ed ergersi a eroe e salvatore e Uomo Retto, Pulito, Giusto. Non ne era certo, si dibatteva, e poi nostro Signore benedetto gli aveva mandato un segno enorme, come un faro nella notte, la convocazione dal sovrintendente e «Caparzo, tu sei forse il più bravo in queste cose, dovresti seguire una persona per un caso di Ridenti, ma è una situazione delicatissima, Caparzo, capisci?

Impossibile giudicare la storia nel suo complesso prima della conclusione. Per ora mi sento di affermare che "Io so chi sei" è un thriller più classico rispetto a "Zoo", meno angosciante ma comunque avvincente, nonostante la tensione non si mantenga sempre costante e qualche volta avrei apprezzato un paio di pagine in meno -difetto giustificato però dalla grande quantità di personaggi presenti, sui quali ogni volta il lettore è portato a fare congetture fino all'immancabile colpo di scena.
Uno degli aspetti che ho preferito di questa lettura è stato l'insieme di indizi che Paola Barbato dissemina tra i due titoli della sua trilogia, come in una ragnatela che avvolge i personaggi e li lega in maniere imprevedibili; il lettore sobbalza ogni volta che riconosce uno di loro già incontrato nel libro precedente, accorgendosi di come c'è ancora molto da scoprire nelle vite di Lena, Anna di quello che le aspetta.
In conclusione non posso che consigliarvi la lettura di "Io so chi sei" e di "Zoo" (sarebbe un peccato leggere l'uno senza l'altro... mentre io non vedo l'ora di iniziare "Vengo a prenderti" e di chiudere il cerchio!