martedì 12 marzo 2024

Malinverno

Ho acquistato "Malinverno" di Domenico Dara con la promozione delle coppie di libri tascabili Feltrinelli editore l'estate scorsa, perché diverse recensioni mi avevano incuriosita.

Gli elementi per amarlo c'erano tutti: il protagonista, Astolfo Malinverno, è bibliotecario ma anche guardiano del cimitero a Timpamara, un paesino famoso per il macero della carta, che sparge per le vie fogli di romanzi, saggi e raccolte di poesie, rendendoli lettori a poco a poco -al punto che tutti i suoi abitanti hanno nomi che ricordano la letteratura.

Malinverno è un uomo solo e malinconico, nessuno dei suoi familiari è più in vita, non ha dei veri e propri amici e non è mai stato innamorato; almeno fino a che sulla lapide di una tomba senza nome l'immagine di una donna lo colpisce così tanto da volerla portare a casa con sé. La sua vita sarà ancora più sconvolta dall'apparizione di una giovane che alla foto somiglia moltissimo, e che si presenta in carne ed ossa al cimitero...

"Malinverno" sembra un romanzo confezionato per sedurre gli amanti dei libri: le sue pagine sono disseminate di citazioni dei classici, di riferimenti alle loro trame, di riflessioni sul significato e sul potere della letteratura. Aggiungiamo anche un cagnone nero che pare accompagnare le anime dei defunti, ed ecco che anche a me sembra un libro con tutte le carte in regola per piacermi moltissimo.
 
Purtroppo mi ha lasciata piuttosto tiepida: forse perché la scrittura di Dara mi è sembrata un po' artificiosa, un po' pretenziosa quando non l'avrei trovato necessario. Forse perché la storia in sé ad un certo punto mi è parsa eccedere con gli elementi drammatici, già sufficienti anche prima, e ha spezzato la mia sospensione dell'incredulità. Insomma devo ammettere di esserne purtroppo stata piuttosto delusa, forse anche perché ero convinta dall'inizio che invece mi sarebbe andato a genio!

Lo avete letto e volete farmi cambiare idea?
Qual è l'ultima lettura che non vi è piaciuta?

mercoledì 6 marzo 2024

Un giorno

 Ho letto per la prima volta "Un giorno" di David Nicholls, pubblicato da Neri Pozza, ormai quasi quindici anni fa. Ero in Erasmus, nella fase della vita in cui tutto sembra possibile, nel pieno di un amore giovanile a cui è stato impossibile non ripensare davanti alle esistenze di Em e Dex, Dex ed Em che si intrecciano, anno dopo anno, nello stesso giorno del 15 luglio. Oggi ho deciso di rileggerlo data la recente uscita della serie TV su Netflix, che ho intenzione di guardare.

La struttura del romanzo, che sceglie di raccontare di 365 giorni solo quelle specifiche 24 ore, mi è sembrata anche oggi molto convincente: capace di omettere ogni ridondanza, di ridurre la narrazione all'osso del loro rapporto, all'essenziale dei sentimenti provati e fin troppo spesso rimandati, messi a tacere, negati perfino a se stessi.

Mentre Emma ha un debole per Dexter sin dal giorno della laurea, e nel suo arrancare tra lavori precari e fidanzati che non la soddisfano lo guarda salire alla ribalta della televisione, sempre circondato da donne bellissime, è poi Dexter quello che si indebolisce, che cede alle dipendenze, che mentre Emma scrive libri non ha più una carriera avviata. E anche se i due si allontanano, riducono i contatti solo a qualche telefonata o cartolina, è impossibile spezzare quel legame -e questo forse vi farà sorridere pensando al vostro amore dei vent'anni, forse invece vi metterà addosso un po' di malinconia per qualcosa che è andato perduto.

Se dapprima ho sorriso di Emma e Dexter, provando tenerezza per loro ma sentendomi in qualche modo troppo cresciuta per farmi coinvolgere dalla storia. Dalla metà in poi, però, mi sono sentita di nuovo assorbita dalle loro dinamiche, a sperare che trovassero il coraggio e l'incoscienza di dichiararsi finalmente il loro amore, e si guadagnassero un lieto fine -anche se conservavo un vago ricordo di come la vicenda sarebbe terminata.

Sarò onesta: non me lo aspettavo, ma "Un giorno" mi è piaciuto molto. Mi sono emozionata e l'ho trovato un racconto autentico, diretto, animato da due protagonisti realistici e sinceri e da un ritmo mai noioso. In quindici anni io sono cambiata molto e così lo è la mia vita, ma so ancora sentirmi romantica davanti a questa storia, e non posso che consigliarvela! 

Conoscete qualche versione di questa storia?

martedì 5 marzo 2024

Pachinko

"Pachinko" ha richiesto alla sua autrice Min Jin Lee oltre trent'anni di lavoro e di ricerca: per lungo tempo ha sentito l'esigenza di dare voce alle storie dei cittadini coreani in Giappone, e si è documentata attraverso numerosissime interviste e anche un soggiorno in Giappone in prima persona. 

Da questa saga familiare che attraversa ottant'anni di storia emerge in primo luogo la complessità dei vissuti di coloro che circondano la matriarca Sunja, che seguiamo dalla nascita alla terza età. Ne conosciamo i genitori, modesti ma amorevoli; la vediamo giovane e ingenua rimanere incinta di un uomo ricco e già sposato, partorire il primo figlio Noa accanto ad un pastore generoso che sarà un marito amato, ma che si sacrificherà in nome della fede quando il secondogenito Mozasu sarà nato da poco. 

Seguiremo poi Noa, determinato ad emergere negli studi e nella carriera e a rinnegare quel padre biologico yakuza che non saprà mai accettare, e Mozasu, meno dotato per la scuola ma dal carattere forte e coraggioso, che troverà il successo nel pachinko. Mentre Noa, in fuga da se stesso, si fingerà giapponese e metterà fine alla sua vita posto davanti alla propria inevitabile identità, Mozasu sarà padre di Solomon, ragazzo brillante e dotato ma discriminato per le proprie origini coreane nonostante gli studi all'estero in una prestigiosa università americana, e finirà per seguire le orme del padre nel pachinko, mestiere disprezzato ma svolto, nel caso di Mozasu, da un uomo veramente onesto.

Sunja è in mezzo a tante la figura di sfondo ma sempre presente: è una madre che mette i figli al primo posto, decisa a non diventare mai un peso, a lavorare duramente al fianco della cognata che sarà per lei più di una sorella. Con il passare del tempo non rinnegherà mai le proprie scelte, prima tra tutte il non aver sposato Hansu per esserne la "moglie coreana" che lui avrebbe voluto mantenendo la prima famiglia in Giappone: Sunja non si vergognerà mai di quell'amore giovanile, accetterà l'aiuto dell'uomo quando lo riterrà necessario, e al tempo stesso senza mai mancare di rispetto alla memoria dell'amato marito Isak.

Min Jin Lee racconta la guerra e l'estrema povertà nella Corea unita; ne racconta la divisione dal punto di vista degli emigrati, dei pochi che decideranno di tornare indietro facendo perdere le proprie tracce nel dittatoriale Nord, e poi racconta la discriminazione subita in Giappone, da chi si rifiuta di assumere i coreani, di affittare loro alloggi, di chi costringe anche generazioni di nati in Giappone a richiedere e ottenere un permesso di soggiorno per restare dove si è sempre vissuto -e questo ricorda una realtà che conosciamo molto da vicino.

I personaggi in questo romanzo sono numerosissimi, a volte li ho trovati quasi troppi (per esempio nel libro terzo la fidanzata giapponese di Mozasu e la figlia di lei mi sono sembrate una linea narrativa non proprio necessaria, anche se accrescono la costruzione del personaggio di lui e del figlio), ma ognuno di loro ha un proprio percorso nel testo e lo arricchisce di un'altra sfaccettatura. "Pachinko" è un romanzo stratificato, pieno di dettagli, di legami e di incontri, che farà la felicità degli appassionati di saghe familiari come me, che l'ho apprezzato moltissimo!

Qual è l'ultima saga familiare che avete letto?

martedì 27 febbraio 2024

Lo sconosciuto delle poste

Una delle ragioni per cui "Lo sconosciuto delle poste" di Florence Aubenas, pubblicato da Feltrinelli, mi attirava molto è il fatto che condivido con la vittima di questo caso realmente accaduto la professione. Conosco quindi, seppure non in un paesino di provincia piccolo quanto Montréal-la-Cluse, la varietà di utenza che ogni giorno si presenta agli sportelli, e quanto non siano tutti ugualmente inoffensivi, tra vecchietti smemorati e ragazzini pieni di pacchi.

In secondo luogo apprezzo molto i true crime, romanzi o altri prodotti narrativi basati su eventi reali, come ad esempio i delitti irrisolti come in questo caso. La vittima, Catherine Burgod, non sembrava avere rapporti problematici con nessuno dei compaesani; aveva un padre ingombrante, un divorzio alle spalle ed un nuovo compagno, due figli ancora molto giovani.

Il colpevole perfetto è l'attore decaduto Thomassin, dalla promettente carriera stroncata da un'infanzia tra famiglie affidatarie e strutture d'accoglienza, una tossicodipendenza precoce che non è mai riuscito a sconfiggere; d'altra parte non ha un movente, né sembra essersi trovato in tasca più denaro dopo l'aggressione a Catherine, che ha comportato anche un modesto furto. Gli ruotano attorno altri randagi, chi più chi meno alcolizzato o dipendente da sostanze, ma l'indagine che la giornalista ricostruisce in modo puntuale ma appassionante non sembra mai arrivare al punto.

Se come me non avete mai sentito parlare del caso, potreste rimanere spiazzati dalla conclusione di questo breve romanzo [spunterà il DNA di un giovane atleta, all'epoca dei fatti ancora adolescente e privo di alcun movente plausibile per una tale efferatezza, che confesserà di essere stato sulla scena del crimine ma soltanto a delitto avvenuto; Thomassin farà perdere le proprie tracce prima dell'ennesimo interrogatorio, facendo credere a tutti di essersi suicidato per non riconoscere finalmente la propria colpevolezza]; se invece ne avete seguiti gli sviluppi oramai quasi quindici anni fa, saprete come questa inchiesta andrà a finire. In ogni caso la lettura sarà coinvolgente, dal ritmo mai incerto né rallentato; i protagonisti si delineeranno davanti a voi in modo vivido e tridimensionale. 

Se siete amanti di titoli come "L'avversario" di Emmanuel Carrère o "L'uomo che guardava passare i treni" di Georges Simenon, anche questa breve lettura potrebbe fare al caso vostro!

Qual è un libro di true crime che vi ha colpiti?

giovedì 15 febbraio 2024

Grande Meraviglia

 Di Viola Ardone avevo già letto i precedenti romanzi pubblicati da Einaudi, "Il treno dei bambini" e "Oliva Denaro". Anche in "Grande meraviglia" ho ritrovato lo stesso talento dell'autrice: raccontare storie italiane che ricevono poca attenzione, in modo semplice e accessibile, capace di emozionare e rimanere impresso.

Se nel primo titolo erano stati i bambini del meridione accolti in Emilia Romagna nel secondo dopoguerra, e nel secondo il matrimonio riparatore, qui si parla dei manicomi chiusi dopo la legge Basaglia del 1978 e di come prima di allora per molto tempo vi fossero state rinchiuse donne scomode, a volte adultere, a volte politicizzate, a volte povere, a volte semplicemente indesiderate dai propri mariti e famiglie.

Una di loro è la Mutti, mamma tedesca di Elba che nel manicomio del Fascione ci nasce e cresce: non è mai stata malata di mente sua madre, ma la ha resa tale il manicomio con le sue terapie disumane, primo tra tutti l'elettroshock. Non è mai stata malata di mente Elba, ma il manicomio è l'unica casa che conosce, l'unico posto in cui si sente al sicuro da una libertà che non sa gestire. 

Al Fascione incontra Meraviglia, Franco Meraviglia, allievo di Basaglia che crede nella convivenza tra sani e malati; Franco la libera, o perlomeno ci prova, la accoglie in casa sua come una figlia, la spinge a studiare psicologia. Franco in questo libro lo ritroviamo anziano, alle soglie del 2020; si chiede cosa sia stato di quella ragazzina che lo ha lasciato all'improvviso, fa i conti con il padre assente che è stato per Vera, che tuttavia non indugia ad affidargli il nipotino ha cui ha dato il suo nome, e Mattia, che è diventato prete. Franco è stanco, dei suoi dubbi e della vecchiaia che gli pesa; dà da mangiare a un gatto ogni mattina, ma dentro di sé vorrebbe che questo compleanno incombente fosse l'ultimo,

La conclusione sa di salvezza e di affetti, di Elba che non ha mai smesso di scrivergli e tra le mura di un altro istituto, da libera caregiver, ha trovato la propria dimensione; di un gatto che ti impedisce di addormentarti con il gas aperto, di Vera che impara a dimostrargli il bene che gli vuole. 

Leggere dei manicomi è doloroso, difficile; la voce di Elba bambina li racconta in tono giocoso, della fiaba che la mamma ha inventato per lei e che ricorda "La vita è bella" di Benigni. Alla sua segue poi la voce di Franco che è scanzonata, allegra anche nelle difficoltà, e insieme alleggeriscono episodi intollerabili, li rendono leggibili al pubblico che così ne riesce a prendere coscienza. Ardone è maestra in questo, e anche qui riesce benissimo, creando due protagonisti a cui alla fine si vuole un gran bene.

Sebbene Amerigo de "Il treno dei bambini" mi abbia particolarmente colpita, in una storia ancora più vicina al mio territorio, qui c'è la poesia dei giorni tutti uguali, un omaggio ad Alda Merini, le piccole storie di chi la società ha cercato di dimenticare, di contenere, di imprigionare, e in Franco coloro che hanno lottato perché riconquistassero i diritti e la libertà. Un romanzo, insomma, che sono arricchita dall'aver letto e che vi consiglio caldamente.

Qual è il vostro titolo preferito di Viola Ardone?

martedì 13 febbraio 2024

My Dark Vanessa

Ho scoperto "My Dark Vanessa" di Kate Elizabeth Russell, pubblicato da Mondadori, nell'espositore delle novità della biblioteca: mi ha incuriosita e sono contenta di essermelo portato a casa!

L'autrice ha impiegato diciotto anni per scrivere questa storia, che scorre su due piani temporali: il 2001 e il 2017, dai quindici agli oltre trent'anni della protagonista, Vanessa. Nel 2001 Vanessa frequenta una prestigiosa scuola privata dove il suo docente di letteratura, il professor Jacob Spare, mostra attenzioni a dir poco inappropriate nei suoi confronti; Vanessa è timida, introversa, poco inserita nel gruppo dei pari, scrive poesie e ama la lettura, insomma una vittima perfetta per un predatore.

Da allora inizia una relazione di abuso e manipolazione, che Vanessa nella sua ingenuità confonde con l'amore, e che condizionerà tutti i suoi anni a venire, incapace di separarsi dall'ingombrante presenza di Spare nonostante le conseguenze subite (prima tra tutte, l'espulsione da scuola lasciandosi ritenere una bugiarda pur di evitargli il carcere). 

Quando, più di un decennio più tardi, l'onda del #metoo comincia a dilagare e di molestie si parla sempre più apertamente, su Spare piovono le giuste accuse che erano state troppo a lungo taciute, e Vanessa si trova messa alle strette: elaborare il proprio trauma e riconoscersi finalmente come vittima, oppure continuare a proteggerlo e ritenersi responsabile addirittura più del predatore stesso?

Kate Elizabeth Russell descrive in modo nitido ed efficacissimo quanto la manipolazione abbia effetto su un'adolescente indifesa, descrive gli abusi in modo talvolta nauseante e difficile da digerire, scrive in modo semplice e lineare ma ricco di riferimenti letterari -non vi stupirà scoprire che il principale è "Lolita" di Nabokov. 

Ho trovato "My Dark Vanessa" un romanzo potente e capace di far riflettere su una dinamica complessa e insidiosa, e ho apprezzato molto la costruzione della protagonista, che evolve con i suoi tempi e i suoi modi ed è del tutto convincente. Meno degni di nota sono i personaggi secondari, praticamente trasparenti e immediatamente dimenticabili, ma nel complesso non se ne sente troppo la mancanza e resta una lettura che vi consiglio se siete interessati all'argomento.

Qual è l'ultimo romanzo di un'autrice che avete letto?

Il fiume delle cento candele

 Ho acquistato "Il fiume delle cento candele" di Kim Echlin, pubblicato da Einaudi, diversi anni fa. 

La sua pubblicazione risale al 2009 ed il titolo originale è "The Disappeared", lo scomparso, gli scomparsi: un titolo calzante, perché a scomparire sono in molti in questo testo, che contiene una storia d'amore indissolubilmente legata al genocidio cambogiano degli anni '70.

Anne e Serey si incontrano in un inverno di Montreal; lui è emigrato da Phnom Penh per studiare, finché le frontiere sono state chiuse e ha perso ogni contatto con i suoi familiari, probabilmente morti come migliaia di altri cittadini. Quando qualche anno dopo i confini vengono riaperti Serey riparte, Anne non può seguirlo ed è lui lo scomparso ora, per ben undici anni in cui la ragazza non lo dimentica, e al termine dei quali lo ritrova in Cambogia -ma i conti con la storia non sono ancora andati in pareggio [ed infatti Serey, nelle file dell'opposizione, scomparirà di nuovo e questa volta perché sarà stato ucciso nel corso di una manifestazione].

"Il fiume delle cento candele", il cui titolo italiano fa riferimento ad una scena dolcissima condivisa da Anne e Serey all'inizio del libro, quando la felicità sembrava ancora un obiettivo raggiungibile, è un testo intriso di dolore, che riflette sulle conseguenze di uno sterminio e di una dittatura, sul diritto di reclamare almeno i corpi dei propri cari che ne sono state vittime, sul diritto alla ricerca di coloro che sembrano svaniti nel nulla. 

La scrittura di Echlin sa essere estremamente poetica e delicata, ci fa soffrire con la sua protagonista [che perde a più riprese il suo amato, che perde anche la bambina che i due hanno concepito insieme in quella Cambogia così determinata a sfinirli, eppure resta indomita anche quando tiene il cranio di Serey tra le braccia dopo averlo tirato fuori da un fiume] e dà voce a un Paese martoriato di cui avevo letto soltanto poche righe sui libri di storia -e le cui vicende conto ora di approfondire in futuro.

Si tratta purtroppo di un testo fuori catalogo, anche se di Kim Echlin si trova facilmente un altro romanzo in libreria, che credo prenderò in prestito in futuro. Spero che però possiate trovarlo in biblioteca, perché merita davvero!

Qual è l'ultima sorpresa che avete estratto dai vostri scaffali?