martedì 28 luglio 2026

La figlia preferita

Le storie familiari sono da sempre la mia zona di comfort, e quando ruotano attorno a dei protagonisti fragili ed imperfetti lo sono ancora di più. Sono il genere che leggo più di frequente e raramente ne rimango delusa; ne fa parte anche “La figlia preferita” di Morgan Dick, pubblicato da Fazi editore, che mi ha regalato ore di lettura coinvolgenti e nel mio elemento.

Le protagoniste sono Arlo e Mickey, poco più che venticinquenne la prima e una decina di anni maggiore la seconda. Hanno in comune un padre alcolista appena morto, a cui Arlo è stata accanto fino all’ultimo respiro e che invece Mickey non vede da quando era bambina e l’uomo abbandonò lei e sua madre.

In qualche modo, però, entrambe sono state profondamente segnate dalla dipendenza paterna, e se Arlo è diventata una psicoterapeuta concentrata sul benessere degli altri, ma incapace di instaurare relazioni nel proprio privato, Mickey è a sua volta dipendente dall’alcol e questo influenza ogni aspetto della sua vita, tra cui il suo lavoro come maestra d’asilo.
Le due si incontrano a causa del testamento paterno che ha lasciato a Mickey il proprio patrimonio come una sorta di risarcimento in extremis, ma inserendo la clausola di sette sedute di terapia da svolgere presso lo studio della sorella che lei non ha mai conosciuto -e dunque non sa nemmeno del legame di parentela. Questo genererà inevitabilmente un cambiamento nelle vite di entrambe, che sembrano sul punto di andare a rotoli.

[Mickey infatti sotto l’effetto dell’alcol accompagna a casa un bambino che la madre non ha ritirato all’asilo e viene per questo sospesa dal suo lavoro, e Arlo resasi conto che Mickey è sua sorella sceglie a lungo di tacerle la verità pur di influenzare la sorte di quell’eredità della quale vuole essere messa a parte].

“La figlia preferita” è un romanzo sul qui e ora: c’è ben poca costruzione del passato delle due protagoniste, che conosciamo nei capitoli alternati tra un punto di vista e l’altro e che seguiamo soltanto per qualche mese nelle loro vite, in una sorta di presa diretta che certo lascia molti elementi senza uno sviluppo pregresso, ma è efficace nel narrare i momenti in cui tutto sembra andare in pezzi e al tempo stesso la potenza dell’impegno nel voltare pagina.
L’autrice chiude il testo con un riferimento alle difficoltà vissute in prima persona che le hanno consentito poi di scrivere questo romanzo; questo mi ha fatto pensare a “Le sorelle Blue” di Coco Mellors e anche al suo “Cleopatra e Frankenstein”, dove l’esperienza della scrittrice con la dipendenza dall’alcol è stata trasferita sulla pagina in modo molto convincente.

Ne “La figlia preferita” qualche passaggio avrebbe potuto essere approfondito maggiormente ma per quanto mi riguarda è stata una lettura coinvolgente dove ho provato molta empatia per le due voci narranti, in particolare per quella di Mickey, e che consiglio a chi come me è un amante di questo genere di storie.

Qual è l’ultimo romanzo familiare che avete letto?

Il mondo a metà

Avevo già letto anni fa un libro di Cristina Henriquez “Anche noi l’America”, pubblicato da NN editore, che mi era piaciuto molto perché dava voce a chi negli Stati Uniti non è nato ed è considerato un cittadino di serie B, pur essendo a tutti gli effetti parte della nazione.

“Il mondo a metà” è il romanzo d’esordio dell’autrice ed è ambientato tra Chicago e Panama. Ha per protagonista Miraflores, una studentessa universitaria che quando la madre si ammala di Alzheimer scopre delle lettere scritte alla donna dal padre che lei non ha mai conosciuto, e che sua madre aveva lasciato a Panama dopo averla concepita mentre lei faceva ritorno negli Stati Uniti.

Davanti alle lettere di un padre che ha sempre desiderato conoscerla, ma non ne ha mai avuto la possibilità, Miraflores decide di recarsi a Panama a cercarlo ed è qui che la gran parte del romanzo è ambientata.

Speravo che quindi fosse l’America centrale la vera protagonista di questa narrazione, mentre invece si fanno alla costruzione del canale e alla storia del paese soltanto degli accenni. Il testo si concentra però piuttosto sull’incontro tra la protagonista e un giovane panamense che sembra sul punto di di diventare una storia d’amore, ma senza senza mai decollare, e sull’impatto devastante della malattia della madre sulla vita di entrambe. 
[la ricerca del padre infatti sarà infruttuosa in quanto l’uomo è deceduto una decina di anni prima e nemmeno nella ricerca della propria identità il viaggio a Panama sembra trasmettere granché alla protagonista.]

Ho trovato “Il mondo a metà” un romanzo ancora acerbo, ma avendo già letto il successivo dell’autrice posso affermare con certezza che sia cresciuta nel tempo e l’argomento della costruzione del canale di Panama è oggetto del suo romanzo più recente “Tra due oceani” dove sono sicura che la resa sarà stata più efficace. Purtroppo non sono stata entusiasta di questa lettura, sebbene sia scorrevole e non annoi e sia arricchita dai riferimenti alla geologia che aprono ogni capitolo, essendo la materia di studio della giovane protagonista.
Sono comunque contenta di averlo approcciato in quanto è stata la mia prima lettura ambientata a Panama e questo vuol dire un’altra nazione per il mio personale giro del mondo attraverso i libri!

Quali romanzi ambientati in America centrale avete letto?

Vita sommersa

Gramma Feltrinelli è uno dei marchi editoriali che al momento mi interessano di più. Ho inserito nella mia lista desideri diversi titoli, dopo aver letto "Gli antropologi" a cui è seguito "Vita sommersa", romanzo di Tara Menon di cui ho sentito il richiamo non appena letta la trama.

Come ormai saprete le storie di amicizia e di perdita mi toccano profondamente da vicino e in qualche modo le ricerco, perché mi fanno sentire compresa e meno sola in una sensazione che dopo anni continua ad accompagnarmi con la stessa intensità.

La perdita di Arielle, la sua migliore amica, accompagna Marissa, la protagonista di questo breve ed intenso romanzo, da quando lo tsunami che nel 2004 ha devastato le coste della Thailandia gliel’ha portata via.

Le due, cresciute insieme su un’isola delle Andamane dove hanno osservato la fauna oceanica, chiamato per nome le mante, trascorso innumerevoli giornate tra la barriera corallina e la spiaggia, sono diventate adolescenti insieme e la separazione ha lasciato in Marissa un vuoto e un dolore impossibili da superare. Mentre più di dieci anni dopo un uragano sta per colpire New York, dove la ragazza si è trasferita non sopportando il restare in quel luogo dove tutto le parlava della mancanza di Arielle, Marissa si muove per le strade, sentendo sempre la presenza della sua migliore amica e il richiamo potente di quell’acqua devastante che sta per circondarla.

"Vita sommersa" è un romanzo pieno di natura, di meraviglia e di dolore. È un romanzo che si interroga sull’elaborazione del lutto quando questo non ha un nome con cui essere chiamato, perché non rende orfani, non rende vedovi, ma rende comunque profondamente soli e toglie il fiato per quanto sembri impossibile il suo superamento.

Sta a lungo da sola Marissa, perché nella sua solitudine sente la presenza di Arielle, e in questo romanzo immerso nelle acque thailandesi, nella cucina tipica di quel paese, nelle ricerche scientifiche condotte dal padre di Melissa e dai suoi colleghi che ci guidano alla scoperta di un meraviglioso mondo sottomarino sempre più minacciato dall’uomo, mi sono più volte commossa, ma allo stesso tempo mi sono sentita a casa per come l’autrice abbia trovato le parole per descrivere qualcosa che mi sembra ancora così atroce da non saperlo nominare.

L’ho trovato un bellissimo romanzo d’esordio, in cui ognuno potrà trovare il proprio livello di lettura o gli aspetti che più lo interessano, e un’ulteriore scoperta che mi convince a continuare ad approfondire questo recente marchio editoriale.

Avete già letto qualche titolo pubblicato in questa collana?

La polvere che respiri era una casa

"La polvere che respiri era una casa" di Eleonora Daniel, pubblicato da Bollati Boringhieri è un romanzo che purtroppo ho trovato al di sotto delle mie aspettative. Gli argomenti al centro di questa storia sono nelle mie corde: in primis la storia di una coppia, della costruzione della loro relazione ed il momento in cui si rendono conto che questa non potrà più andare avanti -una presa di coscienza silenziosa, graduale come lo sono tutte le fini degli amori, non per forza legate alla mancanza di un sentimento reciproco. Il fattore scatenante qui è l’impossibilità di concepire un figlio desiderato, per il quale scrivono racconti e che immaginano nella sua vita futura.

Nonostante avrebbe potuto essere molto approfondito il tema della ricerca della genitorialità resta in superficie: c’è qualche accenno sì all’esecuzione di esami clinici, a dei risultati mai comunicati -capiamo che Margherita è profondamente turbata dallo stato delle cose ma non condivide con Riccardo questo turbamento e questo inevitabilmente porta al deteriorarsi del loro rapporto. Fin qui tutto ok, anzi un argomento sempre attuale che può portare a tutti spunti di riflessione. 

La scrittura ha dei guizzi interessanti, come dei paragrafi scritti per accumulo, e i suoi protagonisti, seppure non molto caratterizzati, sono credibili. Dalla metà in poi però la scrittrice ricorre ad un gesto eclatante per spezzare l’equilibrio della coppia che si era trincerata nel silenzio e nella negazione, un gesto che mi ha ricordato la protagonista di Malefica che però Nicole Trevisan aveva costruito in modo tale da rendere coerente un simile episodio con il suo personaggio, mentre non si può dire lo stesso di Margherita che fino a quel momento era decisamente più evanescente.

Ci sono poi i racconti che nominavo prima, che gli aspiranti genitori scrivono pensando agli elementi naturali. Di per sé non ci sarebbe nulla di male, ma i racconti sono lunghi e poco interessanti, soprattutto nei punti del testo in cui vengono inseriti e in cui il lettore sta aspettando uno sviluppo alla relazione tra i protagonisti che tarda ad arrivare. Ci sono poi degli elementi che sembrano inseriti solo per sbloccare la storia, come una seconda casa in Normandia raggiungibile solo in determinate circostanze delle maree, di cui nessuno sembra ricordarsi finché non diventa necessaria la sua entrata in scena. 

Se quindi l’argomento centrale di questo libro continua a sembrarmi interessante e potenzialmente rilevante per un'enorme platea di lettori, purtroppo la sua esecuzione non mi ha soddisfatto e non mi sento in tutta coscienza di consigliarvene la lettura. Sarei però curiosa di confrontarmi con qualcuno che lo abbia letto e volesse portarmi un parere differente in proposito!

Qual è l’ultima lettura di cui non siete rimasti soddisfatti?

giovedì 16 luglio 2026

L'illuminazione del susino selvatico

Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!


Chiunque di voi abbia letto e amato “Cent’anni di solitudine” quanto me sentirà all’interno di questo romanzo breve un richiamo forte e anche più volte dichiarato al titolo del Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez. Non solo lui poi viene citato in questo testo, che trabocca di amore per la letteratura e fa riferimento a molteplici autori da classici internazionali come Kafka e Kundera a numerosissimi autori della tradizione persiana che accompagnano le vite dei personaggi.

I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.

L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.

C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.

“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.

Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.

Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?

Il comandante del fiume

Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.


Ha per protagonista Jabar, che frequenta il liceo linguistico e per la seconda volta viene bocciato, alle prese con la sua identità di ragazzo di origini somale che non ha più notizie del padre arruolatosi nella guerra civile ed è stato cresciuto da una madre single e dall’amica di lei, anche lei di origini per metà somale, e la figlia di questa zia acquisita è per lui come una sorella.

Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.

[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]

“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.

È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.

Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?

domenica 12 luglio 2026

La clausola del padre

Dell’autore svedese Jonas Hassen Khemiri avevo già letto i primi due libri portati in Italia: il primo pubblicato da Iperborea, “Tutto quello che non ricordo”, e il secondo da Einaudi “Chiamo i miei fratelli”. Di recente è uscito un titolo di cui si sta parlando molto, “Le sorelle” che ho tutta l’intenzione di leggere, ma prima ho deciso di recuperare “La clausola del padre”, che possedevo già e aspettava il suo momento.

Si tratta di un romanzo dalla struttura molto originale, dove i personaggi non hanno nome, ma sono definiti come segue: un padre che è anche un nonno, un figlio che è anche un padre oppure un fratello, una sorella che è anche una madre e così via, in virtù delle relazioni familiari che sono al centro di questa narrazione.

L’aspetto più interessante è rappresentato dal fatto che non vi è in questa storia un’unica versione del racconto, bensì ogni evento viene narrato da tutti i punti di vista coinvolti che inevitabilmente lo interpretano a seconda del proprio ruolo e della propria sensibilità.

 Se quindi il figlio si sente trascurato e poco compreso da suo padre, il padre percepisce le proprie difficoltà ad entrare in contatto con lui e con la sorella, e prova sensi di colpa per come abbia perso la sua primogenita a causa della dipendenza dalla droga e poi dell’AIDS. Allo stesso modo il figlio che è anche un padre si impegna molto nella cura dei bambini, trovandosi in congedo di paternità, ma solo attraverso lo sguardo della sua ragazza che è anche una madre percepiamo le sue tante manie di controllo e di perfezionismo e il carico mentale che viene inevitabilmente riversato sulla donna.

È un gioco di specchi “La clausola del padre”, in un incomunicabilità che fa parte di così tante famiglie e l’autore è bravissimo nel farci immedesimare in un punto di vista prima e nel successivo immediatamente dopo, in modo che non si abbia mai un vero preferito, ma anzi si osservi la storia da tutte le angolazioni possibili -compreso un capitolo meno aderente alla realtà degli altri dove proprio alla figlia scomparsa viene data voce, nel passaggio più struggente del romanzo.

Ho trovato questa narrazione originale e ben calibrata, senza eccessi nella parte drammatica e senza elementi poco credibili. Il ritmo iniziale è piuttosto lento perché bisogna entrare in questa dinamica in cui la quotidianità viene narrata in ogni dettaglio e richiede un po’ di pazienza per ingranare e sentirsi coinvolti, ma una volta familiarizzato con i personaggi lo si legge d’un fiato fino alla fine.

Per me è stata un’ulteriore conferma di quanto la scrittura di quest’autore sappia stupirmi e ogni volta mi piaccia, e ora la mia curiosità nei confronti de “Le sorelle” è anche aumentata!

Tendete anche voi come me a recuperare la bibliografia completa degli autori che vi colpiscono?

domenica 21 giugno 2026

Molto felice per te

Quando vengo attratta da una chiacchierata novità,di solito la leggo subito; è stato proprio il caso di “Molto felice per te” di Holly Bourne, mio primo incontro con la casa editrice Heloola.

Ambientato in Inghilterra nei dintorni di Londra, ha per protagoniste quattro migliori amiche che si sono incontrate negli anni dell’università e si ritrovano per il baby shower di una di loro che sta per avere un bambino. La maternità è il tema cardine di questo romanzo, affrontato da quattro diversi punti di vista, come se le sue protagoniste rappresentassero le quattro possibili facce della maternità: abbiamo infatti Lauren, che ha partorito da pochi mesi e che si trova in estrema difficoltà nella gestione del suo primogenito che non dorme mai e non le permette di recuperare le energie. Abbiamo Charlotte che sogna la maternità, ma non riesce ad ottenerla nonostante le tante cure intraprese e l’impegno profuso; poi abbiamo Steffi, donna in carriera per la quale la maternità al momento non è un’opzione, e Nicky, sul punto di partorire.

Sappiamo sin dall’inizio per com’è costruito il romanzo che qualcosa è successo alla festa: c’è stato un incendio sul quale la polizia sta indagando, cercando di attribuire le responsabilità ad una delle sospettate che sono proprio le quattro migliori amiche. I punti di vista si alternano nei vari capitoli a loro dedicati -una costruzione che trovo sempre molto efficace.

[Scopriremo poi andando avanti che a dire la verità il responsabile vero e proprio dell’incendio alla casa dei genitori di Nicky non è altro che il piccolo di Lauren, che inavvertitamente ha fatto partire il fumogeno che avrebbe dovuto comunicare a tutti il sesso della nascitura]

In realtà l’indagine in corso è soltanto un pretesto per raccontare le difficoltà dell’essere donna e dell’essere madre o del non esserlo, facendoci immedesimare nelle diverse situazioni di vita delle protagoniste e ricordandoci specialmente alla fine l’importanza della solidarietà femminile e dell’amicizia, valore che da sempre le accompagna, ma che per qualche tempo sembrano essersi dimenticate.
Per donne che in questo momento stanno affrontando una depressione post-partum alcune parti di questo romanzo potrebbero essere un po’ troppo dolorose da leggere, così come la ricerca di maternità di Charlotte e i suoi momenti di difficoltà - la voce della narratrice è infatti molto efficace nel raccontare diversi punti di vista, e lo fa con grande rispetto per tutte le posizioni coinvolte.

Non sapevo cosa aspettarmi da questo libro, che mi ha molto coinvolta; ne sono rimasta piacevolmente sorpresa e questa casa editrice sarà da approfondire nei prossimi mesi!

Avete comprato di recente qualche novità editoriale?

La nebbia di Rio

 Rio Saliceto è un comune in provincia di Reggio Emilia che conta poco più di seimila abitanti. È qui che cresce Raja, il protagonista di “La nebbia di Rio”, esordio di Sarvish Waleed pubblicato da Accento edizioni: è bambino negli anni ‘90, in un condominio popolare con la madre Samina e il padre Malik emigrati dal Pakistan. Non ha scarpe di marca Raja, non può festeggiare Halloween e i suoi inseparabili amici Laura e Giacomo contribuiscono alle multe dell’autobus che prende perché nessuno acquista per lui l’abbonamento.

Lo incontriamo bambino, spettatore impotente della violenza del padre, e poi a 35 anni, quando è diventato educatore e Laura e Giacomo sono ancora i suoi unici punti di riferimento, ma Giacomo annega nella dipendenza e Laura aspetta un figlio, perché non esistono vite perfette, e Raja ha ancora tanta rabbia e tanti fantasmi da affrontare mentre con Samina intraprende un viaggio in Pakistan [per visitare la tomba del padre appena morto, dopo tanti anni che non lo vedono, perché denunciato per violenza domestica da una vicina ha lasciato l’Italia senza guardarsi indietro].

“La nebbia di Rio” è un romanzo di solitudini, di famiglie in frantumi, una storia di formazione in cui passiamo dai ricordi d’infanzia all’età adulta all’adolescenza e di nuovo ai frammenti di un protagonista bambino che strappava disegni e desiderava le vite degli altri. Ne “La nebbia di Rio” si prova molta tenerezza, ci si indigna, ma si percepisce anche tanta forza, quella di coloro che alla fine “si devono salvare da soli” -e proprio per questo, questo libro mi è piaciuto tanto.

Qual è l’ultimo romanzo di esordio che avete letto?

venerdì 19 giugno 2026

L'ambasciata di Cambogia

Il mio primo incontro con Zadie Smith, anni fa, era stato attraverso "Denti bianchi": un romanzo a proposito del quale ho sentito soltanto pareri entusiasti, e che invece avevo trovato un po' invecchiato, e che non era riuscito a coinvolgermi.

In un banchetto della fiera del libro della mia città ho poi trovato a pochi centesimi "L'ambasciata di Cambogia", un breve racconto pubblicato da Mondadori, e mi è venuta voglia di riprovarci (anche perché tra regali e mercatini possiedo già altri due titoli più corposi dell'autrice, ed ero curiosa di sapere se qualunque feeling fosse da escludere oppure no). È stato un buon acquisto, perché seppure si legga in un pomeriggio non l'ho trovata affatto una lettura superficiale.

"L'ambasciata di Cambogia" è piuttosto l'istantanea di una vita di migrazione e di subalternità, quella di Fatou emigrata dalla Costa d'Avorio in Ghana, poi in Italia e ancora in Inghilterra, dove in un sobborgo londinese lavora come domestica in una famiglia di origini presumibilmente indiane che non le corrisponde uno stipendio e le trattiene il passaporto. La sua unica oasi di pace è la piscina dell'ambasciata di Cambogia, dove entra con degli ingressi omaggio che sottrae alla famiglia dei suoi datori di lavoro che non hanno mai fatto caso alla loro esistenza, dove nuota tutti i lunedì mattina. 

Ne "L'ambasciata di Cambogia" ci affacciamo alla finestra di un'esistenza di sacrifici, ma anche di speranza, nell'incontro con un uomo nigeriano che la avvicina alla religione e con cui al tavolino di un caffè può condividere pensieri sul mondo che li circonda e sulle sue ingiustizie.

Avrei voluto leggere molte altre pagine di Fatou e anche di Andrew, ma nella necessità di accontentarsi posso dire che in un testo così breve l'autrice è riuscita a suscitare il mio interesse e la mia partecipazione, e ora la mia curiosità nei confronti delle sue opere più voluminose si è risvegliata!

Avete mai letto Zadie Smith?

Gli antropologi

“Gli antropologi” dell’autrice di origine turca Aysegül Savas è il mio primo incontro con la collana Gramma Feltrinelli, il cui catalogo mi sembra decisamente molto interessante. Ho deciso di partire da questo romanzo molto chiacchierato che mi è stato regalato a seguito della puntata che gli ha dedicato il podcast “Parlarne tra amici” di Daria Bignardi.


Se avete apprezzato “Le perfezioni” di Vincenzo Latronico e i suoi due protagonisti expat alla ricerca di un posto nel mondo, che stanno capendo chi sono davvero, ma vi è mancata la caratterizzazione dei personaggi potreste trovarvi molto a vostro agio con “Gli antropologi”, dove i protagonisti sono Asya e Manu -di cui sappiamo pochissimo, se non che hanno origini diverse, che si sono incontrati ancora studenti, si sono sposati e ora vivono in una città di cui non conosciamo il nome, dove hanno bisogno di un permesso di soggiorno.

Asya è un’antropologa e sta svolgendo una ricerca concentrata sul parco cittadino, dove si reca a filmare ed intervistare i frequentatori. In una narrazione per frammenti abbiamo degli scorci mese dopo mese della ricerca di un appartamento da acquistare per sentirsi più stanziali, delle relazioni con le loro famiglie all’estero, da cui si sentono sempre più distanti e ciò genera in loro spesso sensi di colpa, e con gli amici più o meno occasionali e i vicini di casa con i quali condividono il tempo libero. 

“Gli antropologi” è un romanzo breve e spezzato, che riflette sull’identità attraverso la narrazione di un rapporto di coppia che non ha bisogno di eventi eclatanti o di crisi per essere convincente -anzi la sua potenza sta nell’essere una storia di tutti i giorni in cui moltissimi lettori potranno riconoscersi e che ho l’impressione che pianti il seme per chiederci chi siamo e su quali basi abbiamo deciso a quale luogo appartenere e con chi condividere l’esistenza. Insomma leggiamo di temi profondi e fondamentali, ma l’autrice ne scrive con grande semplicità in un libro che non appesantisce mai la narrazione e che rende i suoi protagonisti il simbolo di una generazione e di una condizione esistenziale, senza nulla togliere ad una storia che di per sé ho già trovato efficace. 

A “Gli antropologi” e ai suoi diversi livelli di lettura si torna a pensare a distanza di tempo, e questo lo rende un titolo degno di nota, più profondo di quanto potrebbe sembrare alla prima lettura.

Avete altri titoli Gramma Feltrinelli da consigliarmi?

Quando le gru volano a sud

Come vi racconto un libro che ho terminato singhiozzando? La fonte di tante lacrime versate è stato "Quando le gru volano a sud" di Lisa Rizden, pubblicato da Neri Pozza, che ho letto per l'ultimo appuntamento prima della pausa estiva del gruppo di lettura #errantiletterari organizzato da @theweesmallblog, che frequento in presenza nella mia città.

Ci troviamo in Svezia insieme a Bo, un uomo ormai anziano la cui moglie è stata trasferita in una struttura, e al suo inseparabile cane Sixten. Le condizioni fisiche di Bo si deteriorano sempre di più e anche la sua memoria comincia a perdere colpi, ragion per cui il figlio si convince che, nonostante il supporto dell'assistenza domiciliare, per Sixten debba essere trovata una sistemazione più idonea -idea alla quale, inutile dirlo, Bo si oppone con ogni forza che gli rimane.

Ridzen scrive un romanzo straziante, in cui nella mente di Bo si mescolano i ricordi della giovinezza e dell'infanzia in una costante fusione con il presente con il quale riprende contatto. Racconta in modo eccezionale l'impotenza dell'invecchiamento, dove l'unica presa di posizione diventa quella di rifiutarsi, di negare a se stessi, perché le decisioni oramai sono prese da altri. Racconta il tempo della perdita, in cui il corpo tradisce, in cui la mente inganna, in cui si fanno i conti con i rimpianti, con i legami, con coloro che se ne vanno dopo una vita insieme. 

"Quando le gru volano a sud" è un romanzo in punta di piedi, che ho letto con il magone ad ogni pagina, sempre con le lacrime negli occhi, per quanto l'autrice ha raccontato con rispetto il suo protagonista stanco, sconfitto e così umano. Affrontatelo con attenzione, quando vi sentirete pronti, perché può ferire, toccare punti di grande dolore, ma è davvero un'ottima lettura, che mi resterà nel cuore e sono felice di aver trovato il coraggio di portare a termine.

C'è già stato quest'anno un libro che vi ha commossi?


Così com'è sempre stato

Lo scorso anno ho letto “Mai stati così felici” di Claire Lombardo, pubblicato da Bompiani, un romanzo familiare corale che mi era piaciuto moltissimo; quando l’autrice quindi ha pubblicato “Così come è sempre stato” non ho esitato a recuperarlo.

La struttura è radicalmente diversa: il focus infatti è completamente concentrato su Julia, moglie di Mark, madre di Alma e di Ben, che incontriamo quando quest’ultimo, il suo primogenito, le annuncia che nonostante sia ancora molto giovane e ancora di più lo sia la sua fidanzata, sta per diventare padre e per sposarsi.

In capitoli che alternano la narrazione del presente e quella del passato approfondiamo la conoscenza della protagonista: la sua infanzia difficile con un padre assente e una madre che negli anni lo è stata ancora di più, gli anni universitari, l’incontro con Mark e poi con un’amica molto più grande di lei che ha rischiato di rappresentare la fine del suo matrimonio, ma al tempo stesso è stata una vera e propria ancora di salvezza.

[Infatti, Julia aveva tradito il marito poco dopo la nascita del primogenito Ben proprio con uno dei figli di Helen, questa donna che aveva incontrato e di cui era diventata molto amica. Per salvare la propria famiglia le due non si erano più viste per ben due decenni, fino a che un incontro casuale al supermercato permette in qualche modo di rimettere insieme i pezzi di un rapporto che era stato per entrambe molto importante.]

Il personaggio di Julia è descritto davvero molto bene e si prova per lei una grande empatia nel corso della narrazione -che si conclude con un flashforward che dopo tante pagine riesce a commuovere. La scrittura dell’autrice è sempre convincente e scorrevole; i suoi dialoghi non sono mai forzati e nessuno dei suoi personaggi è poco credibile o privo di difetti.

 Rispetto al romanzo precedente però il ritmo qui è decisamente più lento, dal momento che si tratta di un volume di più di 500 pagine che ruota sempre attorno a Julia, mentre la struttura corale di “Mai stati così felici” gli conferiva un andamento più sostenuto e vario. Ho comunque apprezzato anche questa lettura che come mi aspettavo è stata assolutamente nelle mie corde e lo consiglio agli amanti dei romanzi familiari -sebbene per primo suggerirei il recupero del romanzo d’esordio della scrittrice. 

Avete già letto Claire Lombardo?

Come mio fratello

Quando frequentavo le scuole superiori, ho letto per per via dell’indirizzo dei miei studi molta letteratura tedesca. La vivevo come un obbligo, in quella fase dell’adolescenza per cui ogni imposizione è sgradita tanto più quando viene dei professori e quando al termine della lettura è previsto anche l’assegnare un voto. Sono passati quasi vent’anni dalla mia maturità, eppure da allora di letteratura tedesca ne ho letta ancora poca sebbene quando la riprendo io mi renda conto che, sotto la cenere di quel faticoso diploma, l’interesse c’è ancora, e tiene vivo un legame con una persona che ho amato tanto.

Me lo sono ricordato leggendo "Come mio fratello" di Uwe Timm, pubblicato da Sellerio: un testo breve nel quale l’autore rimette insieme le memorie del fratello maggiore, arruolatosi volontario nelle SS ad appena diciotto anni e morto nel 1943 in quella che oggi è Ucraina, a seguito di una gravissima mutilazione riportata in battaglia.

È un testo autobiografico, che non parla soltanto del fratello Karl Heinz, ma contiene anche molti ricordi dei genitori, della loro vita di lavoro e di sacrificio e delle riflessioni molto interessanti sul senso di identità, di colpa e di responsabilità del popolo tedesco all’indomani della seconda guerra mondiale.

È un testo che mi ero fatta regalare in una delle liste di Natale e compleanno di ormai due dicembri fa, e che mi è tornato in mente leggendo "Nirvana" di Tommy Wieringa, in cui anche il nonno del protagonista si arruola volontario tra i nazisti. Come avviene quando incontro un testo stimolante mi ha fatto venire in mente altri libri che possiedo e che aspettano il loro momento dall'ingresso in libreria: il recentissimo "Neve di giugno" di Ljuba Arnautovic, ma anche "Piedi freddi" di Francesca Melandri e "Nei tuoi occhi verdi" di Arnost Lustig -letture che a questo punto dovranno aspettare meno tempo del previsto per avere il loro momento. Uno degli aspetti che più amo delle letture è proprio questo: quando si richiamano a vicenda e da una lettura ne nasce un’altra, perché in un libro la storia non si esaurisce e mettere in relazione le pagine dei nostri scaffali conferendo loro un valore aggiunto.

Di recente avete letto un libro perché ve lo ha richiamato una lettura precedente?

mercoledì 17 giugno 2026

La setta

Come ormai sapete Camilla Lackberg è tra le mie autrici di gialli preferiti, e in questi ultimi anni ho cercato di modificare la mia abitudine di iniziare serie con un paio di volumi per poi interromperle, e mi sto dedicando ad una alla volta. Ho terminato quella dedicata ai "delitti di Fjallbacka", e ora sto portando avanti la "Trilogia del mentalista" scritta a quattro mani con Henrik Fexeus. 

Il post di oggi è dedicato al secondo volume della serie, intitolato "La setta", che segue "Il codice dell'illusionista" in cui avevamo fatto la conoscenza dei due protagonisti che indagano sui casi da risolvere, Mina Dabiri e Vincent Walder. 

Rispetto al titolo precedente la trama prometteva di essere ancora più nelle mie corde ed infatti così è stato, perché vi si affronta l’argomento del condizionamento mentale e i tanti elementi delle vite private di Mina e di Vincent, che erano soltanto stati accennati nel primo volume, vengono maggiormente sviluppati. Scopriamo infatti di più sulla figlia di Mina, che viene direttamente coinvolta nell’indagine del giorno.
Potrebbe essere una lettura un po’ difficile da digerire per chi è sensibile ai casi in cui sono coinvolti dei bambini, anche se non viene descritta in dettaglio nessuna scena di violenza. 

Anche questo secondo volume della serie mi è piaciuto davvero molto e ho già pronto il terzo dal titolo "Il miraggio" per concludere la trilogia!

Avete qualche serie in lettura al momento?

La sonnambula

Leggo Bianca Pitzorno sin dalla prima infanzia, prima ancora di andare alle scuole elementari: il primo libro che ricordo essere stato mio inseparabile compagno è il suo "La bambola viva", che rileggevo fino a conoscerlo a memoria e ancora oggi quando ci ripenso mi scalda il cuore.

Negli anni ho letto per la prima volta e ho riletto numerosi dei suoi titoli per ragazzi, e ancora molti mi aspettano in libreria e sono sicura che mi regaleranno viaggi meravigliosi nel mondo della fantasia, con protagoniste forti e indipendenti a cui di certo inconsapevolmente mi sono ispirata quando ero piccola.

Inutile dire quindi che quando esce un suo nuovo romanzo, anche rivolto ad un pubblico per adulti, non posso farmelo sfuggire e quindi eccoci con "La sonnambula" pubblicato da Bompiani, che quest’anno è stato anche tra i finalisti al Premio Strega.

Se per "Ascolta il mio cuore", "Extraterrestre alla pari", "La bambola viva" e così via avrò negli anni soltanto parole d’amore, non posso dire lo stesso de "La sonnambula", che è stata una lettura piacevole, ma non certo memorabile come quelle del passato.

L’elemento più degno di nota è il fatto che l’autrice si sia ispirata ad un vero articolo ritrovato su un quotidiano sardo di fine Ottocento, in cui una donna definita all’epoca "sonnambula" offriva i propri servigi per prevedere il futuro dei suoi interlocutori.

È proprio questo il mestiere di Ofelia, la protagonista che seguiamo in questo romanzo passare da un cliente all’altro mentre a poco poco scopriamo i dettagli del suo passato che l’hanno condotta a vivere ad Onora sotto falso nome [è fuggita infatti da un marito violento che sperava che i suoi poteri (che in realtà lei non controlla in alcun modo e quando offre delle previsioni ai clienti in realtà non sta facendo altro che interpretarne il comportamento) potessero salvarlo dai debiti di gioco e dalla bancarotta, e che quando si rese conto che così non era fece di tutto per ucciderla prima che la donna se ne accorgesse e decidesse di mettersi in salvo].

"La sonnambula" è un romanzo scorrevole, sebbene dalla struttura un po’ ripetitiva, che passa da un cliente di Ofelia con un problema che viene risolto al successivo. Contiene una storia d’amore un po’ telefonata e degli elementi di avventura che conosciamo essere cari all’autrice sin dalla produzione per l’infanzia, come quello del mondo del circo.

Definirei "La sonnambula" un testo di puro intrattenimento spesso finisce per essere prevedibile e che mi ha un po’ delusa, al punto che non mi aspettavo potesse rientrare tra i finalisti al Premio Strega (tra quelli che ho letto, "Acqua sporca" lo avrebbe meritato di più). 

Qual è il vostro titolo preferito di Bianca Pitzorno?

giovedì 4 giugno 2026

Quattro giorni senza mia madre

Ci sono libri che acquisti per la loro copertina, a dir poco irresistibile, e questo spesso mi capita con il catalogo Blu Atlantide che mi chiama con una forza incredibile e che con il contenuto non mi delude.

È successo questo con "Quattro giorni senza mia madre", romanzo d’esordio dell’autore francese Ramses Kefi, e che una volta letto non ha solo confermato le mie aspettative, ma le ha di gran lunga superate!

Un giorno Salman si sveglia: ha 36 anni, vive a casa con i genitori e sua madre non si trova più. Amani ha lasciato un biglietto senza specificare dove sia andata e questo fa infuriare il marito, ma fa anche emergere i troppi non detti di una famiglia che per oltre quarant’anni ha cercato di cancellare le proprie origini, radicate in un villaggio di montagna della Tunisia, dove tutti li credono morti.

Salman ha un dottorato in storia, ma lavora in un ristorante che mescola la cucina araba a quella giapponese con alterne fortune e sente la periferia parigina, in particolare il suo quartiere denominato la Caverna, con i suoi tanti murales dall’aspetto di dipinti rupestri, come la sua unica casa. Nonostante gli anni passino, non si sente mai pronto per lasciarla.

È solo la scomparsa di sua madre a spingerlo a superare i suoi confini, una volta che per tutti diventa chiaro quale sia stata la destinazione di Amani, madre e moglie che troppe volte si è sentita trascurata, messa da parte e non capita, che ancora sente la nostalgia di quel gatto scappato di casa e che ha deciso di riprendere in mano la propria vita.

[È infatti tornata in Tunisia Amani, ad incontrare di nuovo la sorella, i parenti che non vede da decenni  e che non sapevano più niente di lei, e sarà questo viaggio ad essere il motore per l’intera famiglia di riscoperta delle radici, di perdono e superamento dei tanti errori che sono stati commessi.]

"Quattro giorni senza mia madre" è un libro che non indugia mai nella tragedia, una storia in bilico tra la periferia parigina e una Tunisia affacciata tra il deserto e le montagne, in cui vediamo crescere un protagonista che riscopre i propri lati più fragili e ci affezioniamo ai suoi genitori, anche a quell’uomo burbero che non sa parlare d’amore, ma che ha attraversato Parigi di notte alla ricerca dell’ultimo croissant e che non avrebbe mai potuto abbandonare un gatto randagio in un bosco.

Rimane un sorriso una volta terminato "Quattro giorni senza mia madre", il sorriso delle cose buone, delle storie che fanno fare pace con i difetti; è un romanzo che ho amato ad ogni pagina più della precedente, un ulteriore conferma di quanto il catalogo di questa casa editrice ci regali delle perle straordinarie e che non posso fare altro che consigliarvi di cuore.

Qual è il vostro titolo Atlantide preferito?

mercoledì 27 maggio 2026

Nirvana

Secondo romanzo che leggo dell’autore olandese Tommy Wieringa, "Nirvana" è decisamente più corposo del precedente, "La morte di Murat Idrissi" e contiene in sé molti elementi. Sempre pubblicato da Iperborea, si sviluppa a partire dal protagonista Hugo, un artista che soffre la recente separazione da quella che per 12 anni ha considerato la sua musa, ed incontra un bizzarro personaggio che condivide il nome con l’autore e che con Hugo la tata di quando era bambino. 

Questo incontro riallaccia per Hugo i fili di un passato che ha lungamente tenuto a distanza. Innanzitutto ritrova la tata Beth, anziana e malata che però in questo modo non trascorre in solitudine gli ultimi mesi della sua vita e poi rinasce in lui una curiosità verso suo nonno, magnate dell'offshore ormai centenario, con un passato tra le file delle SS, unitosi alla resistenza in circostanze poco chiare ed emigrato in Venezuela prima di rientrare una volta arricchito nei Paesi Bassi. Spinto da Wieringa si reca all’archivio di Stato e qui trova numerose menzioni dei diari perduti del nonno Willem -e proprio alla morte di Beth essi gli vengono affidati dalla donna, che li aveva avuti in circostanze misteriose.

Dunque la storia è composta dal tempo del racconto in cui Hugo legge i diari, ritrova la propria ispirazione artistica e scopre molto sul passato della sua famiglia, compresa una zia affetta da microcefalia che gli è sempre stata tenuta nascosta e che comincia ad andare a trovare nell’istituto dove vive da oltre cinquant’anni. Abbiamo poi i diari ritrovati di Willem, che sono narrati a differenza delle vicende di Hugo al tempo presente e ad esse si alternano, creando così un romanzo estremamente coinvolgente che si snoda tra la seconda guerra mondiale e il secondo decennio degli anni 2000 senza mai rallentare il ritmo o annoiare il lettore.

"Nirvana" è un romanzo ricco e stratificato, pieno di storia, di arte, di meditazione e di relazioni umane, che contiene passaggi di enorme tenerezza e nostalgia e altri che riportano alla luce orrori del passato. È una lettura perfetta per chi non si fa intimorire dalla mole e vuole anzi un volume in cui immergersi completamente; per me una delle letture più soddisfacenti dall'inizio dell'anno, e non vedo l'ora di approfondire l'autore!

Avete mai letto Wieringa?

Mi chiamo Lucy Barton

In questo periodo sto portando avanti la lettura di due serie: innanzitutto quella dei gialli di Camilla Lackberg e Henrik Fexeus pubblicata da Marsilio di cui ho scritto pochi giorni fa, ma anche la produzione di Elizabeth Strout continua ad essere di mio grande interesse. Dopo aver terminato la coppia di romanzi dedicata a Olive Kitteridge, personaggio grazie al quale mi sono innamorata dell’autrice, ho deciso di iniziare la più numerosa serie di romanzi che ha per protagonista Lucy Barton, tutta pubblicata da Einaudi.

Il primo volume di questa serie si intitola proprio "Mi chiamo Lucy Barton" ed è un romanzo breve, dove la nostra nuova eroina viene introdotta in un confronto con la propria madre che non vede da moltissimo tempo e che è l’occasione per elaborare per la protagonista numerosi episodi della sua infanzia che l’hanno fatta molto soffrire. 

Infatti la sua infanzia in Illinois è stata caratterizzata da privazioni dovute alla povertà, ma anche da un’incomunicabilità di fondo dei genitori, che sebbene abbiano voluto loro bene non sono mai stati in grado di dimostrarlo ai figli. L’incontro con la madre avviene in un momento particolare, quando Lucy si trova ricoverata in ospedale per molte settimane e su richiesta del marito la madre viene a farle compagnia, cosa che non aveva mai fatto prima di allora. Sebbene sempre con dei modi piuttosto bruschi, elemento che ci può ricordare Olive Kitteridge con cui Strout ha vinto il premio Pulitzer, la madre le dimostra il proprio rispetto e la propria vicinanza.

Strout è maestra della scrittura, capace di trasmettere concetti profondi in pochissime parole, con una estrema semplicità di linguaggio, in un testo che oscilla tra il farci sorridere e il farci commuovere e dove le osservazioni sul mondo sono sempre estremamente argute e mai banali. Non mi aspettavo nulla di diverso, ma "Mi chiamo Lucy Barton" è stata un’ulteriore conferma di quanto mi piaccia la penna di Elizabeth Strout e di quanto continuerò a leggere i suoi libri prossimamente.

Qual è il vostro romanzo preferito dell’autrice?

martedì 26 maggio 2026

Acqua sporca

Seconda lettura nella dozzina del Premio Strega di quest’anno, "Acqua sporca" di Nadeesha Uyangoda, pubblicato da Einaudi, si è rivelato molto più nelle mie corde rispetto a "I convitati di pietra" di Michele Mari.

Ambientato tra lo Sri Lanka e l’Italia, racconta la storia di diverse generazioni di donne della stessa famiglia, tra chi è nata e cresciuta in Sri Lanka, chi ha lasciato il paese da adulta per emigrare e vivere una vita di lavoro duro e di sacrifici scegliendo poi di ritornare in patria una volta raggiunta l’età della pensione, e chi invece era molto piccolo quando è arrivato in Italia e non ha un vero rapporto con il proprio paese d’origine, ma sente la propria identità sempre in qualche modo divisa.

Il primo è il caso delle sorelle di Neela, che possiamo considerare la protagonista e di alcune delle sue nipoti. Lei invece ricopre il secondo ruolo e sua figlia Ayesha, l’altra protagonista di questo romanzo anche se le voci narranti sono più numerose, si trova nella terza posizione.

Moltissimi sono gli argomenti interessanti e fonti di riflessione in questo romanzo, dove si percepisce immediatamente quanto l’autrice sia informata e consapevole sui temi del lavoro, della migrazione e la questione razziale. Si parla del lavoro di cura, delle donne che scompaiono nelle case dove svolgono un lavoro al limite della schiavitù, annullandosi in una dimensione domestica che coincide con quella lavorativa. Si racconta la difficoltà dei migranti alienati dalla stanchezza e dallo sfruttamento che spesso per questo ricorrono alle dipendenze, come nel caso del marito di Neela; infine si riflette su come la propria origine spesso sovrasti qualunque altro aspetto del sé, generando nel prossimo aspettative riguardo chi dobbiamo essere - come nel caso del lavoro creativo di Ayesha, che in qualche modo deve sempre rifarsi al paese natale.

Elemento di grande interesse è anche la cultura dello Sri Lanka, paese di cui non avevo mai letto, con le sue numerosissime leggende e tradizioni che danno un tocco di realismo magico a questa narrazione che per il resto è estremamente ancorata alla concretezza.

Se ho trovato un difetto in questo libro, di cui però ho amato molto i contenuti e la scrittura, è l’abbondanza: di temi, di voci e di personaggi che in un numero contenuto di pagine sono così tanti da non essere tutti approfonditi come avrebbero meritato, e forse per questo avrebbero potuto essere un pochino ridotti.

La voce di Uyangoda è stata comunque un’ottima scoperta: questo è il suo primo lavoro di narrativa, ma ha scritto testi di non fiction prima di questo, che leggerò prossimamente.

Quali candidati al Premio Strega di quest’anno avete letto o vorreste recuperare?