mercoledì 16 settembre 2026

Cuore capovolto

Ho letto nel tempo tutti i romanzi di Paola Barbato, autrice a cui mi ero già affezionata già quando alle porte dell'adolescenza con una delle sue storie scoprii il fumetto di Dylan Dog che mi avrebbe accompagnata per i decenni a venire. Mi rimaneva soltanto "Cuore capovolto", pubblicato da Neri Pozza, e finalmente è arrivato il momento giusto per lui!

L'ho trovato uno dei più contemporanei tra i suoi testi, in quanto è quello che maggiormente si concentra sulla dimensione dei social network e delle nuove tecnologie. L’avvio infatti di questa storia è un ragazzino che frequenta le scuole medie, Leonardo, che viene sorpreso a spedire una propria fotografia di nudo a quello che sembra essere un sito oscuro e ambiguo chiamato "La rete dei cuccioli". Su di esso si procede per livelli, dal pulcino al criceto fino ad animali come il puledro o l’agnello in base agli incarichi che gli iscritti si rendono disponibili a svolgere -inutile dire che dietro a definizioni tanto innocue si possono celare atti molto meno rassicuranti. È questo che scopre il poliziotto Alberto, addetto alla divisione informatica, che in breve tempo si ritrova invischiato in prima persona all’interno di questa rete.

[Si scoprirà poi che Leonardo, che sembrava il responsabile di un atto orribile, cioè aver commissionato senza riflettere la morte del proprio padre, in realtà lo stava proteggendo dalla moglie che lo tradiva e aveva deciso di liberarsi di lui in questo modo, mentre il figlio infiltratosi anche lui nella Rete dei cuccioli faceva di tutto perché il suo diabolico piano non potesse andare a segno. Incontriamo in questa storia anche un uomo estremamente disperato, le cui figlie sono state rapite per via dei suoi debiti, che si rende disponibile per ogni sorta di incarichi e il cui suicidio davanti ad Alberto sarà proprio la molla che farà scattare l'agente fino a rendergli impossibile il pieno controllo delle proprie azioni.]

In "Cuore capovolto", dove in diversi passaggi crediamo di aver capito tutto ma come sempre l’ultimo capitolo stravolgerà le carte in tavola dovrei esserci abituata, conoscendo Paola barbato, ma ogni volta mi sorprendo ci troviamo davanti alle bassezze che si possono compiere al di là dello schermo di un computer, ma questa lettura ci fa molto riflettere anche sulle conseguenze reali del mondo virtuale e inutile dirlo sui tanti pericoli che si celano nei luoghi più impensati della rete

Come sempre ci troviamo davanti ad un libro in cui si resta incollati alle pagine, in cui le avventure di Alberto e di suo marito Emanuele (personaggio che inizialmente ho detestato, ma che poi ho molto apprezzato nella sua incapacità di manifestare amore nei modi più convenzionali) non ci lasciano tregua fino al loro epilogo. Ora la mia libreria è sguarnita di titoli di Barbato da leggere e quindi non vedo l’ora che venga pubblicato il prossimo!

Qual è il vostro titolo preferito dell’autrice?

martedì 15 settembre 2026

Harjunpaa e il figlio del poliziotto

La mia libreria è così piena di libri mai iniziati che i progetti di lettura mi fanno ricordare alcuni di loro a distanza di anni dal loro acquisto, e altrimenti chissà per quanto tempo sarebbero rimasti lì dimenticati!

È stato il caso di "Harjunpaa e il figlio del poliziotto" di Matti Yrjänä Joensuu, pubblicato da MeridianoZero un giallo finlandese del 1983 che avevo recuperato a un mercatino ancora con il prezzo in lire e che è stata la mia prima tappa per il percorso Polar Book Express organizzato da laviaggialettrice!

Con protagonisti Harjunpaa, l'agente incaricato delle indagini, e due ragazzini dalla vita difficile: uno è vittima della violenza del padre, anche lui membro delle forze dell’ordine, e l’altro invece, figlio di una prostituta, è pieno di rabbia. 

Si tratta del quinto volume di una serie di gialli piuttosto popolare in Finlandia, da cui è stata tratta anche una serie televisiva. Qui l’unico volume che è stato tradotto è proprio questo, che funziona bene anche come titolo a sé stante: non rimangono delle questioni incomprensibili e non ci troviamo a porci grandi domande su cosa sia successo prima del momento narrato, anche se tra le righe si percepisce che i personaggi ricorrenti possano avere avuto uno sviluppo negli altri volumi. 

Ci viene descritta Helsinki molto lontana dagli ideali di ordine e di perfezione che siamo abituati ad associare al Nord Europa, anzi dove le bande giovanili imperversano seminando il terrore e compiendo atti di violenza ripetuti e frequenti. È il caso appunto dei due protagonisti che si macchiano di ben due omicidi non vi è a riguardo alcun mistero infatti il romanzo si concentra piuttosto sull’indagine compiuta dai poliziotti e sulle loro azioni per porre fine a questi atti efferati.

[Se alla fine Leo, quello che possiamo considerare la mente della coppia senza quale difficilmente Mikael sarebbe diventata un’assassino, viene arrestato, rimanendo spavaldo e sprezzante, Mikael commette il suicidio che gli sembra preferibile alla vita che ha sempre condotto e al pagare le conseguenze delle proprie azioni con il padre violento, che ha già portato alla morte del fratello maggiore.]

Non posso dirvi che sia stata una lettura particolarmente memorabile, ma al tempo stesso l’ho trovato scorrevole, da leggere d'un fiato come gran parte dei gialli. Sono contenta che finalmente abbia avuto il suo momento dopo anni ad attendere nella mia libreria, anche se a questo punto credo che gli troverò un’altra casa, dove potrà per qualche ora fare compagnia ad un altro lettore.

Avete già iniziato il vostro percorso nell’artico? Da quale nazione avete scelto di partire?

La solitudine di Sonia e Sunny

Vent’anni fa l’autrice di origine indiane Kiran Desai vinse il Booker Prize con "Eredi della sconfitta". Nei due successivi decenni ha scritto "La solitudine di Sonia e Sunny", come il precedente portato in Italia da Adelphi, e finalista al Booker Prize 2025 -il tempo dedicato a quest'opera si percepisce, per la precisione della sua struttura e la ricchezza di ogni dettaglio che vi si incontra.

Si tratta di un romanzo corposo di più di 700 pagine che segue i due protagonisti, Sonia e Sunny, nelle loro vite di giovani adulti di famiglie benestanti che i genitori fanno emigrare negli Stati Uniti per gli studi universitari, sperando che possano stabilirsi qui e avere successo. Ciò che succede però è che mentre Sonia desidera diventare una scrittrice e Sunny si impegna a diventare giornalista i due ragazzi si trovano profondamente soli. Lui si allontana dal suo migliore amico diventato medico e sposato si attraverso un matrimonio combinato; lei si infila in una relazione abusiva e maltrattante con un artista egocentrico instabile e molto più grande di lei. Sunny rimane negli Stati Uniti, mentre Sonia fa ritorno all’India sottraendosi al proprio malessere, che però non viene meno una volta tornata in patria. 

C'è un universo in questo libro, che si snoda tra Dehli e Goa, tra New York e il Messico, composto di immagini, di demoni di famiglia all'interno di medaglioni, di ricette del kebab e di cani fantasma. C'è una profonda aderenza alla realtà nelle politiche del lavoro e dell'immigrazione, nell'attesa della green card e nell'impossibilità di ottenere un visto, nella corruzione e negli immobili venduti illegalmente, ma anche una fortissima componente spirituale fatta di visioni, di ossessioni e delle più recondite paure. Desai gioca con i pregiudizi, con lo sguardo occidentale sulla società indiana e le aspettative sui matrimoni combinati, fino a dare vita a due personaggi cosmopoliti e moderni che ben rappresentano la fusione tra culture.

È un romanzo sì di solitudini, di isolamento, ma anche di legami opprimenti come quello tra genitori e figli, di lacci troppo stretti che si allentano fino a trovare il loro equilibrio in una conclusione perfettamente orchestrata [Sunny, da tempo rifugiatosi in Messico per sfuggire alla pressione della madre, che si è isolata a Goa ma ha ritrovato Sonia scoprendo di non provare alcuna ostilità per quella ragazza che aveva rifiutato quando il padre di lei era appena morto e lei e Sunny avevano avviato una relazione, scopre che Ilan l'artista che ha ossessionato Sonia si trova in Messico e si introduce con l'inganno nella sua residenza e finalmente le sottrae il demone Badal Baba per riportarlo alla sua legittima proprietaria]. Nonostante il suo ritmo lento e spesso contemplativo, mi sono sentita sempre coinvolta da questa storia, e non posso fare altro che consigliarvela!

Qual è l'ultimo "mattone" che vi ha rapiti?

Baba

Continua la mia esplorazione del catalogo di Accento edizioni, con la quarta voce italiana che incontro: Mohamed Maalel, autore italotunisino della mia generazione, che ha scritto il suo "Baba" dopo la perdita del proprio padre.

Di padri racconta "Baba" e lo si percepisce già dal titolo: di Taoufik, il padre di Ahmed, che proveniente dalla Tunisia incontra e sposa in Puglia Paola, con cui avrà due figli. Ahmed è il secondogenito ed è quello a cui viene riservata la maggiore tenerezza, ma di cui al tempo stesso non si perdonano le debolezze e i comportamenti non conformi alle aspettative nei suoi confronti.

C'è spazio per la narrazione della violenza domestica in "Baba", che non manca all'interno del matrimonio di Paola e Taoufik, che non manca anche nei confronti dei figli. Al tempo stesso c'è verso questo padre, in bilico tra l'insicurezza e la prevaricazione, diviso tra il legame con la sua terra d'origine e una cultura che vuole trasmettere e la sua nuova appartenenza a una famiglia intera che lo ha accolto, un'indulgenza che si percepisce ad ogni pagina, un amore che non diventa perdono, ma supera l'imperdonabile. 

Se la prima parte di "Baba" è il racconto di un'infanzia con la sua tenerezza e la sua innocenza, di un'adolescenza profondamente infelice e piena di rabbia, poi in un'età adulta in cui i pezzi si incastrano a comporre un'identità mista e completa le pagine diventano sempre più commoventi, mentre si sentono sempre più in profondità quei frammenti di dialogo tra padre e figlio che ci hanno accompagnati dall'inizio. Ci si commuove tra le pagine di "Baba", ci si arrabbia, ci si affeziona ad Ahmouda ad ogni pagina: e questo esordio di Mohamed Maalel mi fa sperare che avrà presto un'altra storia da condividere con noi.

giovedì 3 settembre 2026

Un mondo soltanto

Quando si termina "Un mondo soltanto" di Giulia Baldelli, pubblicato da NN editore, si ha la sensazione di aver trascorso con la protagonista Tessa una vita intera. Sarà perché la seguiamo dagli anni '80 ad oggi, perché la incontriamo appena adolescente, quando la nonna (che si occupa di lei dopo un'overdose della madre) lei scrive in un liceo di Fano, dove per la prima volta si fa delle amiche. Sono Cecilia, Irene e Virginia, le ragazze che diventeranno donne insieme a lei, che tra le Marche, Milano e Bologna affronteranno con lei i cambiamenti dell’esistenza, le perdite e le separazioni.

[In particolare con Virginia Tessa vivrà per oltre 10 anni, ma in lei rimarranno gli occhi cattivi del lupo,  la distanza fredda a cui tiene il prossimo e un non desiderio di maternità le allontanerà, mentre Virginia diventa un medico che si occupa dei bambini degli altri (dopo essere stata la bambina ammalata di meningite che ha riportato qualche dito in meno mentre la sorellina è mancata) e mentre Tessa pubblica in un libro, la storia del fratello di Irene morto in circostanze mai chiarite, giovanissimo, per la sua omosessualità. Si separano qui le nostre quattro, le separerà ancora di più la morte di Cecilia, evento senza ritorno a seguito del quale Tessa avrà tre figli proprio con il fratello di lei e il suo primogenito avrà gli stessi buoni occhi azzurri di quella che era stata in prima superiore la sua prima amica. Un brav'uomo Giulio, un padre per caso che rivela però la propria meschinità quando molti anni più tardi il matrimonio avrà fine, quel matrimonio che tessa non ha in realtà mai voluto davvero, dopo che ha pagato 400 € una prostituta appena maggiorenne di cui Tessa comincerà ad occuparsi, ritrovando le sue amiche alla morte della nonna, amiche che alla nonna sono state più vicine di lei e lo hanno fatto per lei e insieme si occuperanno di Elena e di quella bambina che di Cecilia porterà il nome, in un cerchio che si chiude oppure ricomincia.]

Baldelli condensa nelle sue pagine quattro vite: Tessa è il nostro punto di vista, i suoi occhi cattivi da lupo la distanza a cui tiene tutti filtrano le sue esperienze e i rapporti umani, filtrano i suoi amori, filtrano chi diventerà. Dal suo sguardo percepiamo le ragazze come diverse da lei che ci ricordano come si diventi amiche una volta e per sempre, quando scatta quell’affinità e si diventa adulte insieme, un mio punto debole questo che ha toccato tante questioni personali in questo romanzo e lo ha fatto in un modo onesto, diretto e profondo.

"Un mondo soltanto" è un romanzo sull’amicizia, un romanzo di formazione, è anche un romanzo italiano dai tempi dell’eroina, sino alle dipendenze più contemporanee e meno eclatanti. È un romanzo che svela l'ipocrisia degli ambienti più borghesi, che davanti a un tradimento facilmente si vendicano incuranti delle vittime collaterali come quelle che si sono prese cura delle loro case fino a quel momento e ci ricorda le estati dell’adolescenza, sempre agli stessi stabilimenti, a mangiare gli stessi gelati, a diventare grandi insieme, senza ancora cogliere e comprendere la fortuna che ciò costituiva.

Baldelli scrive di donne che si aiutano, che si sostengono, donne che si feriscono ma si perdonano, donne che si allontanano ma poi si aspettano. Pochi uomini in questo romanzo ne escono bene, forse quasi nessuno -si salva Joel che da bambino ha conosciuto sulla sua pelle la discriminazione, si salva Enzo anche se per tutta la vita si è tenuto accanto una moglie che non sarebbe stata la sua prima scelta. È un romanzo di donne che si uniscono e si ricordano quanto questo costituisca la loro forza, un messaggio estremamente attuale che l’autrice ricorda a tutte le lettrici che inevitabilmente ritroveranno qualcosa di sé tra queste pagine.

È stato il mio primo incontro con Baldelli, che ha pubblicato due romanzi prima di questo, e l'ho amato così tanto che di certo non mi fermerò qui!
Avete già letto questo libro?

Marzahn mon amour

Katja Oskamp, superati i quarant'anni, si trova in un momento di difficoltà: come scrittrice non ha il successo che vorrebbe, e così per riqualificarsi professionalmente si iscrive ad un corso di pedicure. Trova in questo modo un nuovo lavoro in un salone di Marzahn, quartiere orientale della capitale tedesca: ne nasce "Marzahn mon amour", pubblicato da L'Orma editore, un libro sottile ma molto più profondo di quanto ci si potrebbe aspettare.

I capitoli di questo libro, dedicati agli incontri di Katja al salone, attraverso conversazioni quotidiane e piccoli gesti raccontano grandi cose: raccontano la cura, l'attenzione, i legami, ma anche la solitudine, il tempo che passa, il peso della perdita.

Tra le sue pagine incontriamo la signora Frenzel e la signora Ponkesky, amiche che si affidano a vicenda i propri cani mentre l'altra si reca al salone; le Noll, madre anziana e figlia detestabile; Gerlinde Bonkat, una rifugiata che non viene più annoverata nelle statistiche, donna emancipata prima che il termine divenisse d'uso comune, che ad ottant'anni non si è mai persa d'animo. Incontriamo persone comuni, le cui vite si svolgono nel quartiere ed incrociano quelle di Katja che si prende cura dei loro piedi, mentre entra in contatto con parti di loro molto più profonde. 

Si termina "Marzahn mon amour" con il ricordarsi l'importanza di ogni professione, di come non esistano dettagli privi di importanza e vite che non meritano di essere prese in considerazione, apprezzate e raccontate. È un romanzo di piccole cose, eppure di enorme profondità, che si legge in un attimo ma sedimenta a lungo, e che è stata una piacevolissima sorpresa.

Quale lettura breve ma intensa vi ha conquistati di recente?

lunedì 24 agosto 2026

La famiglia Shaw

Ho iniziato a leggere Rebecca Kaufman con "La casa dei Gunner", uno dei romanzi che ho preferito negli ultimi anni, capace di commuovermi, coinvolgermi e raccontare l’amicizia e le seconde possibilità come pochi altri libri. Da quel momento ho deciso che avrei recuperato l’intera produzione dell’autrice e dopo "La casa di Fripp Island" ecco arrivato il momento de "La famiglia Shaw", sempre pubblicato in Italia da Sur.

L’ambientazione è meno contemporanea rispetto agli altri due romanzi e anche la struttura cronologica non è ordinata: passiamo infatti dagli anni '30 agli anni '50 del Novecento, sino all’inizio del secolo e poi di nuovo ad avvicinarci agli anni '60. Come già dice il titolo, i protagonisti sono i membri di una numerosa famiglia della Virginia, segnati dalla perdita prematura della loro madre che soffriva di lunghi periodi di depressione e sulla cui dipartita aleggia il segreto relativo alla volontarietà o meno dell’accaduto [solo i fratelli maggiori Wendy e Sam hanno letto l’inizio del messaggio da Dio della madre dove dichiarava di averli sempre amati moltissimo, ma non lo hanno mai condiviso con i fratelli minori a cui è stato fatto credere che la madre abbia assunto troppi farmaci per un errore di valutazione].

Entriamo così, in brevi capitoli nelle vite di Wendy, Sam, Jack, Maeve, Lane, Henry e Bette che hanno reagito alla perdita insieme al loro padre Jim e li accompagniamo nelle loro vite adulte, nei loro matrimoni, nella nascita dei loro figli, nelle loro difficoltà come l’alcolismo, la vedovanza e la solitudine.

Kauffman ha la straordinaria capacità di tratteggiare in pochissime frasi dei personaggi tridimensionali che ci sembra di vedere agire nello spazio e nel tempo e di cui percepiamo l’intensità dei legami, elemento tanto più centrale in un romanzo che al centro ha la famiglia come questo. Una sorta di presa diretta durata più di mezzo secolo è quella che mette in atto l’autrice in questo romanzo, che è stato per me una conferma del suo talento e della mia intenzione di non lasciarmi scappare nemmeno un titolo di quelli che ci regalerà!

Avete già letto un libro di Rebecca Kauffmann?

Il richiamo del cuculo

Terminata la Trilogia del mentalista, scritta a quattro mani da Camilla Lackberg e Henrik Fexeus, con un po' di delusione riguardo al suo finale, ho cominciato una nuova serie di gialli: quella con protagonista Cormoran Strike, scritta da J.K. Rowling con lo pseudonimo di Robert Galbraith, pubblicata da TEA.

Introduttivo per quanto riguarda i personaggi ricorrenti, in questo primo volume incontriamo Cormoran, figlio di un cantante famoso con il quale non ha certo un buon rapporto, orfano di madre che ha perso la vita in circostanze sospette attribuite ad un'overdose. Dopo aver riportato una mutilazione nell'esercito dove serviva la divisione investigativa, svolge la professione di detective privato e incontra Robin quando l'agenzia interinale la incarica di fargli da segretaria per una settimana. Giovane promessa sposa, brillante e disponibile, alla ragazza si spalanca un mondo al di fuori della sua confortevole routine quando si trova a collaborare alle indagini sul decesso di una modella, che il fratello non crede si sia suicidata.

[In realtà proprio il fratello, che da bambino si era già macchiato del delitto del fratellino minore che aveva spinto in una cava -è il fratellino a costituire il legame con Strike, di cui era stato compagno di scuola- ad aver ucciso la modella, sorella adottiva, quando aveva capito che la sua eredità sarebbe stata destinata al fratello biologico che Lula aveva da poco ritrovato.]

Ho apprezzato molto come gli indizi emergano uno dopo l'altro in questo racconto, che mantiene sempre alta l'attenzione e che ci presenta due protagonisti irresistibili, nella loro fragilità e nella loro sintonia, che non vedo l'ora di ritrovare nella prossima avventura. Anche l'ambientazione londinese, vivida e presente come un ulteriore personaggio, aggiunge suggestioni alla lettura ed è uno sfondo perfetto per questo giallo ben scritto e ben costruito, anche se dai colpi di scena non sempre inaspettati.

Credo si sia capito che non ho esitato a procurarmi "Il baco da seta", che conto di leggere a breve!

Dove sei, mondo bello

Con Sally Rooney il mio rapporto è sempre stato complicato: da "Parlarne tra amici", che ho proprio detestato, riprendendoci un po' con "Persone normali" che avrei amato da adolescente ma ho letto da adulta, per arrivare ad "Intermezzo" con cui sono stata più generosa, seppure i difetti non mancassero.

Per ultimo arrivo a "Dove sei, mondo bello", anch'esso pubblicato da Einaudi, che mi è stato regalato (come i precedenti) da una carissima amica che la considera la sua autrice del cuore, e trova che rappresenti al meglio la nostra generazione. Purtroppo con questa quarta lettura mi sento di confermare che tra me e Sally non c'è feeling, e spero di fermarmi qui.

Non muoverò a questo libro la critica che ho letto più frequentemente a riguardo, ossia che è poco realistico che due migliori amiche comunichino scrivendosi lunghe email. Non lo ritengo così improbabile, mi è anzi capitato personalmente di farlo. Quello che ho detestato profondamente in questo libro è la natura della relazione tra le due protagoniste Alice ed Eileen, che dovrebbero appunto essere la migliore amica l'una per l'altra, e invece si abbandonano, si trascurano, non si supportano, prese piuttosto dalle relazioni disfunzionali in cui si ritrovano rispettivamente con Simon e Felix -e che poco realisticamente, via via, si trasformano in grandi amori a lieto fine.

Certo Sally Rooney ha tante opinioni sulla politica, sull'ambiente, sul capitalismo, e mi sento anche di dire di condividerne la stragrande maggioranza. Ciononostante, non avrei ritenuto necessario esprimerle in così vasta quantità in quello che si propone come un romanzo sulle vite di due trentenni inglesi dei nostri giorni, le cui comunicazioni finiscono per assomigliare a dei comizi...

Sally, ci abbiamo provato, ma credo proprio che questo sarà il nostro addio! 

Qual è la vostra opinione su questa autrice di enorme successo?

venerdì 21 agosto 2026

Giorni futuri

Come sapete, leggo più spesso letteratura straniera rispetto a quella italiana, anche se sto cercando di vincere un po’ il mio pregiudizio e questo mi sta facendo anche scoprire titoli davvero nelle mie corde. Sull’onda dell’entusiasmo ho acquistato "Giorni futuri" di Gabriella Dal Lago, pubblicato da Einaudi: sapete che l’argomento dell’amicizia femminile mi sta estremamente a cuore e dalla trama di questo libro ho avuto la sensazione che potesse fare al caso mio.

Non mi sono affatto sbagliata e reduce della cocente delusione di "Dove sei, mondo bello" di Sally Rooney vi posso dire che se cercate un romanzo che parli di generazione millennial ai millennial allora Dal Lago ci riesce molto, ma molto meglio di Rooney.

Anche qui siamo davanti a un’amicizia che nel tempo si è interrotta: quella tra Irene e Ottavia, che sono state inseparabili sin da ragazzine, condividendo le estati e il tempo libero come sorelle, ma poi qualcosa che dapprima non conosciamo le ha allontanate.
Ottavia è diventata un’influencer di successo e vive in Olanda, mentre Irene, da ricercatrice negli Stati Uniti sul punto di sposarsi, è da poco ritornata a Torino a causa della malattia di sua madre e sembra aver messo da parte tutti i propri progetti per il futuro. 

È proprio la madre a spingerla a riavvicinarsi ad Ottavia e di questa amicizia scopriamo i tanti percorsi negli anni, attraverso capitoli che alternano il presente e il passato e ci fanno conoscere profondamente le due protagoniste, anche se è Irene la protagonista sempre al centro della narrazione. Irene che è fragile, che si sente lasciata indietro, i cui sogni sembrano essere stati interrotti, ed è facile riconoscersi in questa protagonista, sentire anche noi le sue stesse paure che la nostra generazione conosce bene.

Ci sono amori finiti e nuovi incontri in questo libro, ma soprattutto c’è un’amicizia femminile che a volte sembra perdersi, ma un’amica con cui sei diventata te stessa continua a fare parte di te, anche quando fate fatica a riconoscervi.

È un romanzo genuino quello di Dal Lago, dove i personaggi non suonano mai falsi né forzati, anzi incarnano molto bene un’epoca di trasformazioni e spostamenti in cui ci si può creare un mestiere da una stanza di casa, in cui una capitale europea è una destinazione come un’altra per realizzare il proprio potenziale e in cui il concetto di famiglia assume, finalmente, nuove forme.

Ho trovato "Giorni futuri" ben scritto, mai eccessivo, capace di toccare le corde giuste. Quest’autrice è stata una scoperta e ora ho intenzione di recuperare anche il suo romanzo precedente, intitolato "Estate caldissima", decisamente adatto al periodo dell'anno che abbiamo appena vissuto.

Qual è l’ultima autrice italiana che avete scoperto?

Skippy muore

La scorsa estate, Paul Murray mi ha conquistata sempre di più pagina dopo pagina con "Il giorno dell’ape", premiato con il Premio Strega europeo. Quando Einaudi ha riportato il libreria il suo romanzo d’esordio "Skippy muore", che risale al 2010, non me lo sono fatto scappare e l'ho affrontato con altissime aspettative.

Questa lettura ha diviso il pubblico: c’è chi lo ha amato più de "Il giorno dell’ape" per la sua capacità di raccontare l’adolescenza e l’amicizia in quella particolare fase d’età in modo vivido e sincero e chi invece è rimasto più distaccato dal suo contenuto. Faccio parte della seconda categoria, o meglio: ho trovato anche "Skippy muore" un’ottima lettura, appassionante, ben scritta e ben costruita. Comincia infatti con quella che potrebbe sembrare la fine, anche se si inserisce in realtà a due terzi del romanzo e nonostante il grande colpo di scena sia introdotto già dal titolo e nel prologo, facendoci credere che non abbia più modi per sorprenderci, invece Murray continua a trovarne, caratteristica ricorrente dell’autore.

La mole però questa volta si sente: lungo oltre 700 pagine, indugia più e più volte sugli stessi episodi, in particolare sulle ricerche scientifiche che Ruprecht, il migliore amico di Skippy, conduce animato dalla propria curiosità -elementi che non hanno particolarmente catturato la mia attenzione.

Non ho altro da recriminare a questo romanzone, ambientato in un collegio irlandese all’inizio degli anni 2000, gestito da preti cattolici dai passati non sempre integerrimi, dove ci sono molti segreti e il corpo docente non sempre si comporta come dovrebbe nei confronti degli studenti. Skippy fa parte di coloro che nel collegio pernottano e vive in simbiosi con un gruppo di amici -in particolare con Ruprecht, il suo brillante ma socialmente emarginato compagno di distanza. Ha una difficile situazione familiare della quale si rifiuta di parlare, e molta voglia di lasciare la squadra di nuoto [non lo ha raccontato a nessuno ma è stato molestato dal prete allenatore, e l'unico momento in cui lo confessa è al cospetto di un prete responsabile che però ha perso l'udito, in una memorabile scena di dialogo con il sordo che finge di comprendere ciò che gli viene detto, contribuendo a far sentire Skippy sempre più isolato. Anche la sua stessa morte, che sembra accidentale nel prologo dovuta all'ingestione di una ciambella, si rivelerà dovuta all'assunzione di farmaci in enorme quantità.]

C’è Skippy prima in questo romanzo, a cui ci si affeziona, del quale si vuole sapere di più, pur sapendo già quale sarà il suo destino e c’è Skippy anche dopo l’episodio nel negozio di ciambelle, perché rimane l’elaborazione del lutto con quello che comporta per i coetanei, con le responsabilità da ricercare invece tra coloro che sono adulti e nell’imparare a ricominciare quando si è perso qualcuno a cui si voleva sinceramente bene.

È un romanzo ricco, pieno di suggestioni, di storia della prima guerra mondiale, di letteratura, di scienza, delle espressioni tipiche dell’adolescenza e dello sbocciare della sessualità. Nella confusione dei primi amori ci sono le droghe, ci sono famiglie incapaci di essere punti di riferimento e quelli che sembrano i cattivi della storia a volte sono soltanto delle vittime, come nel caso di Karl che ricorre alle sostanze e all’autolesionismo per sfuggire ad un ambiente familiare tossico, mentre coloro che si presentano al meglio come il professor Howard, in realtà sono dei vigliacchi pronti a tradire la propria fidanzata, a mettere sempre se stessi davanti agli altri.

Ci sono scene memorabili in questo romanzo: mi rimarrà a lungo impresso il dialogo di Skippy con il professore che ha perso l’udito e finge di starlo a sentire mentre non ascolta una parola di quello che probabilmente è lo sfogo con maggiori confidenze del ragazzo, ma anche la scena all’interno del parco cimitero memoriale della prima guerra mondiale, dove i ragazzi vengono condotti dopo la morte del protagonista.

Mi rimarrà impresso Ruprecht che non si rassegna alla perdita del proprio migliore amico e Lory, che si accorge troppo tardi che l’amore per lui era profondamente sincero nonostante non lo avesse mai ammesso. Entrambi i ragazzi riversano sul proprio corpo il dolore della perdita, lui riempendo il vuoto con il cibo e lei privandosene come una sorta di punizione.

Murray scrive romanzi che hanno molto da dire, dove quando abbiamo smesso di aspettarlo arriva un altro colpo di scena. [Non avrei immaginato né che la morte di Skippy fosse dovuta a un'overdose e non al soffocamento causato dalla ciambella e che la sua dipendenza dalle pillole di antidolorifici fosse nata per colpa del suo allenatore, che aveva abusato di lui oltre ad averglieli forniti per la prima volta] Lo trovo uno scrittore efficacissimo nelle sue narrazioni e nella costruzione dei personaggi, che qui sono un po’ più numerosi di quanto serva per affezionarsi a ciascuno di loro, come è poi riuscito a fare nel suo romanzo successivo e non vedo l’ora che si dedichi alla scrittura di un nuovo romanzo che di certo non mi farò sfuggire!

Tra "Il giorno dell’ape" e "Skippy muore" qual è il vostro preferito?

martedì 18 agosto 2026

Il cuoco giapponese

Quando assisto alla presentazione di un libro, quasi inevitabilmente mi viene voglia di leggerlo, ed è successo proprio questo con "Il cuoco giapponese" di Lucia Visonà: lo avevo regalato a mia madre per il suo compleanno, ma che dopo aver assistito alla presentazione con l’autrice nella libreria Baak me lo sono fatta prestare e alla fine l'ho letto per prima.

Pubblicato da Einaudi, si tratta di un libro breve e dalla copertina irresistibile, ambientato in una Parigi così presente che diventa un terzo protagonista -l’autrice ci abita e la conosce molto bene.

'Gli altri due personaggi principali sono Hugo, che giapponese non è e all’inizio di questa storia non è ancora nemmeno un cuoco, ma che finita la scuola si trasferisce in città e comincia a lavorare nella ristorazione, e madame Lavalle, Margot, un’anziana ed eccentrica signora che sembra non raccontare mai tutta la verità sul proprio passato. Sappiamo che ha dei figli che non le rivolgono la parola, moltissime conoscenze apparentemente altolocate, ma in realtà trova sempre un sistema per non pagare il conto e una volta diventata amica di Hugo il confine sottile tra aiutare il ragazzo e approfittarsi di lui è molto difficile da distinguere.

C’è moltissima cucina in questo libro, per via del mestiere di Hugo e delle ricette che Margot gli fa preparare per i suoi improbabili ospiti; c’è anche un’amicizia che si fa via via sempre più tenera e malinconica con il passare degli anni e che ci lascia con un sorriso triste una volta terminata questa lettura.

Possiamo definire il libro di Visonà un "comfort book": non vi sorprenderà in modo particolare, di storie come questa ne abbiamo già incontrate nel cinema o nella letteratura, ma non per questo sarà meno piacevole trascorrere qualche ora in compagnia dei suoi personaggi che cercano di sfuggire alle proprie solitudini, e perdervi tra le vie di una delle città più magiche di tutte.

Qual è l’ultimo libro ambientato a Parigi che avete letto?

Il miraggio

"Il miraggio" di Camilla Lackberg e Henrik Fexeus, pubblicato da Marsilio, chiude la Trilogia del mentalista, con protagonisti Mina Dabiri e Vincent Walder. Lo fa con un romanzo voluminoso e avvincente, ma che non ho trovato purtroppo privo di difetti.

Molto appassionante è il caso d'indagine, che ruota attorno a un tumulo di ossa rinvenuto nei sotterranei della metropolitana di Stoccolma: una sepoltura rituale, che ci introduce nel mondo di coloro che vivono, invisibili, nascosti nel sottosuolo. Qui, nelle pagine in corsivo caratteristiche della giallista svedese, incontriamo un Re dalla corona dorata e dalle molte incertezze, pieno d'amore per il suo piccolo principe che vorrebbe proteggere da tutto [ma una volta diventato grande il principe, dopo il suicidio di suo padre, si fa raggirare dal ricco cugino divenendo un omicida], mentre nel presente il ministro della giustizia, nonché ex marito di Mina, sparisce senza lasciare traccia.

[Era stato rapito dal suo portavoce, nonché cugino del principe di cui sopra, che con il nome di Loke si era messo a collaborare da infiltrato con la polizia perché il cugino lo aveva convinto che il suo piano di far esplodere la metropolitana fosse l'inizio di un nuovo ordine mondiale. Nel frattempo avevano ucciso diverse persone, che oltre dieci anni prima avevano salvato da un tentativo di suicidio, per poi far loro cambiare idea offrendo denaro per ottenere il successo ma poi riprendersi come monito quella vita a cui prima avevano voluto rinunciare.]

Anche Vincent non se la passa granché bene, mentre la sua famiglia viene minacciata in prima persona [scopriremo alla fine che era tutta una sua allucinazione e in realtà non è mai esistita, perché dopo il trauma della madre nella cassa magica di quando era bambino la sua personalità si è dissociata per sempre.]

Come sempre in questi thriller si divora una pagina dopo l'altra, ma sarò onesta: i colpevoli di questo caso sono davvero troppo semplici da individuare, anche io che non mi sforzo mai di scoprirli per godermi la lettura li avevo indovinati non appena comparsi in scena. Non ho poi affatto apprezzato l'epilogo dato alla linea narrativa dedicata a Vincent, anche qui in parte prevedibile, d'altro canto fin troppo scontato come escamotage. Insomma avrei preferito che i due autori ci avessero regalato una storia conclusiva un po' più originale, ma ora che ho terminato questa trilogia sono pronta per scegliere la prossima serie di genere a cui dedicarmi, e spero di trovarla altrettanto appassionante!

Quale serie di romanzi state portando avanti?

martedì 28 luglio 2026

La figlia preferita

Le storie familiari sono da sempre la mia zona di comfort, e quando ruotano attorno a dei protagonisti fragili ed imperfetti lo sono ancora di più. Sono il genere che leggo più di frequente e raramente ne rimango delusa; ne fa parte anche “La figlia preferita” di Morgan Dick, pubblicato da Fazi editore, che mi ha regalato ore di lettura coinvolgenti e nel mio elemento.

Le protagoniste sono Arlo e Mickey, poco più che venticinquenne la prima e una decina di anni maggiore la seconda. Hanno in comune un padre alcolista appena morto, a cui Arlo è stata accanto fino all’ultimo respiro e che invece Mickey non vede da quando era bambina e l’uomo abbandonò lei e sua madre.

In qualche modo, però, entrambe sono state profondamente segnate dalla dipendenza paterna, e se Arlo è diventata una psicoterapeuta concentrata sul benessere degli altri, ma incapace di instaurare relazioni nel proprio privato, Mickey è a sua volta dipendente dall’alcol e questo influenza ogni aspetto della sua vita, tra cui il suo lavoro come maestra d’asilo.
Le due si incontrano a causa del testamento paterno che ha lasciato a Mickey il proprio patrimonio come una sorta di risarcimento in extremis, ma inserendo la clausola di sette sedute di terapia da svolgere presso lo studio della sorella che lei non ha mai conosciuto -e dunque non sa nemmeno del legame di parentela. Questo genererà inevitabilmente un cambiamento nelle vite di entrambe, che sembrano sul punto di andare a rotoli.

[Mickey infatti sotto l’effetto dell’alcol accompagna a casa un bambino che la madre non ha ritirato all’asilo e viene per questo sospesa dal suo lavoro, e Arlo resasi conto che Mickey è sua sorella sceglie a lungo di tacerle la verità pur di influenzare la sorte di quell’eredità della quale vuole essere messa a parte].

“La figlia preferita” è un romanzo sul qui e ora: c’è ben poca costruzione del passato delle due protagoniste, che conosciamo nei capitoli alternati tra un punto di vista e l’altro e che seguiamo soltanto per qualche mese nelle loro vite, in una sorta di presa diretta che certo lascia molti elementi senza uno sviluppo pregresso, ma è efficace nel narrare i momenti in cui tutto sembra andare in pezzi e al tempo stesso la potenza dell’impegno nel voltare pagina.
L’autrice chiude il testo con un riferimento alle difficoltà vissute in prima persona che le hanno consentito poi di scrivere questo romanzo; questo mi ha fatto pensare a “Le sorelle Blue” di Coco Mellors e anche al suo “Cleopatra e Frankenstein”, dove l’esperienza della scrittrice con la dipendenza dall’alcol è stata trasferita sulla pagina in modo molto convincente.

Ne “La figlia preferita” qualche passaggio avrebbe potuto essere approfondito maggiormente ma per quanto mi riguarda è stata una lettura coinvolgente dove ho provato molta empatia per le due voci narranti, in particolare per quella di Mickey, e che consiglio a chi come me è un amante di questo genere di storie.

Qual è l’ultimo romanzo familiare che avete letto?

Il mondo a metà

Avevo già letto anni fa un libro di Cristina Henriquez “Anche noi l’America”, pubblicato da NN editore, che mi era piaciuto molto perché dava voce a chi negli Stati Uniti non è nato ed è considerato un cittadino di serie B, pur essendo a tutti gli effetti parte della nazione.

“Il mondo a metà” è il romanzo d’esordio dell’autrice ed è ambientato tra Chicago e Panama. Ha per protagonista Miraflores, una studentessa universitaria che quando la madre si ammala di Alzheimer scopre delle lettere scritte alla donna dal padre che lei non ha mai conosciuto, e che sua madre aveva lasciato a Panama dopo averla concepita mentre lei faceva ritorno negli Stati Uniti.

Davanti alle lettere di un padre che ha sempre desiderato conoscerla, ma non ne ha mai avuto la possibilità, Miraflores decide di recarsi a Panama a cercarlo ed è qui che la gran parte del romanzo è ambientata.

Speravo che quindi fosse l’America centrale la vera protagonista di questa narrazione, mentre invece si fanno alla costruzione del canale e alla storia del paese soltanto degli accenni. Il testo si concentra però piuttosto sull’incontro tra la protagonista e un giovane panamense che sembra sul punto di di diventare una storia d’amore, ma senza senza mai decollare, e sull’impatto devastante della malattia della madre sulla vita di entrambe. 
[la ricerca del padre infatti sarà infruttuosa in quanto l’uomo è deceduto una decina di anni prima e nemmeno nella ricerca della propria identità il viaggio a Panama sembra trasmettere granché alla protagonista.]

Ho trovato “Il mondo a metà” un romanzo ancora acerbo, ma avendo già letto il successivo dell’autrice posso affermare con certezza che sia cresciuta nel tempo e l’argomento della costruzione del canale di Panama è oggetto del suo romanzo più recente “Tra due oceani” dove sono sicura che la resa sarà stata più efficace. Purtroppo non sono stata entusiasta di questa lettura, sebbene sia scorrevole e non annoi e sia arricchita dai riferimenti alla geologia che aprono ogni capitolo, essendo la materia di studio della giovane protagonista.
Sono comunque contenta di averlo approcciato in quanto è stata la mia prima lettura ambientata a Panama e questo vuol dire un’altra nazione per il mio personale giro del mondo attraverso i libri!

Quali romanzi ambientati in America centrale avete letto?

Vita sommersa

Gramma Feltrinelli è uno dei marchi editoriali che al momento mi interessano di più. Ho inserito nella mia lista desideri diversi titoli, dopo aver letto "Gli antropologi" a cui è seguito "Vita sommersa", romanzo di Tara Menon di cui ho sentito il richiamo non appena letta la trama.

Come ormai saprete le storie di amicizia e di perdita mi toccano profondamente da vicino e in qualche modo le ricerco, perché mi fanno sentire compresa e meno sola in una sensazione che dopo anni continua ad accompagnarmi con la stessa intensità.

La perdita di Arielle, la sua migliore amica, accompagna Marissa, la protagonista di questo breve ed intenso romanzo, da quando lo tsunami che nel 2004 ha devastato le coste della Thailandia gliel’ha portata via.

Le due, cresciute insieme su un’isola delle Andamane dove hanno osservato la fauna oceanica, chiamato per nome le mante, trascorso innumerevoli giornate tra la barriera corallina e la spiaggia, sono diventate adolescenti insieme e la separazione ha lasciato in Marissa un vuoto e un dolore impossibili da superare. Mentre più di dieci anni dopo un uragano sta per colpire New York, dove la ragazza si è trasferita non sopportando il restare in quel luogo dove tutto le parlava della mancanza di Arielle, Marissa si muove per le strade, sentendo sempre la presenza della sua migliore amica e il richiamo potente di quell’acqua devastante che sta per circondarla.

"Vita sommersa" è un romanzo pieno di natura, di meraviglia e di dolore. È un romanzo che si interroga sull’elaborazione del lutto quando questo non ha un nome con cui essere chiamato, perché non rende orfani, non rende vedovi, ma rende comunque profondamente soli e toglie il fiato per quanto sembri impossibile il suo superamento.

Sta a lungo da sola Marissa, perché nella sua solitudine sente la presenza di Arielle, e in questo romanzo immerso nelle acque thailandesi, nella cucina tipica di quel paese, nelle ricerche scientifiche condotte dal padre di Melissa e dai suoi colleghi che ci guidano alla scoperta di un meraviglioso mondo sottomarino sempre più minacciato dall’uomo, mi sono più volte commossa, ma allo stesso tempo mi sono sentita a casa per come l’autrice abbia trovato le parole per descrivere qualcosa che mi sembra ancora così atroce da non saperlo nominare.

L’ho trovato un bellissimo romanzo d’esordio, in cui ognuno potrà trovare il proprio livello di lettura o gli aspetti che più lo interessano, e un’ulteriore scoperta che mi convince a continuare ad approfondire questo recente marchio editoriale.

Avete già letto qualche titolo pubblicato in questa collana?

La polvere che respiri era una casa

"La polvere che respiri era una casa" di Eleonora Daniel, pubblicato da Bollati Boringhieri è un romanzo che purtroppo ho trovato al di sotto delle mie aspettative. Gli argomenti al centro di questa storia sono nelle mie corde: in primis la storia di una coppia, della costruzione della loro relazione ed il momento in cui si rendono conto che questa non potrà più andare avanti -una presa di coscienza silenziosa, graduale come lo sono tutte le fini degli amori, non per forza legate alla mancanza di un sentimento reciproco. Il fattore scatenante qui è l’impossibilità di concepire un figlio desiderato, per il quale scrivono racconti e che immaginano nella sua vita futura.

Nonostante avrebbe potuto essere molto approfondito il tema della ricerca della genitorialità resta in superficie: c’è qualche accenno sì all’esecuzione di esami clinici, a dei risultati mai comunicati -capiamo che Margherita è profondamente turbata dallo stato delle cose ma non condivide con Riccardo questo turbamento e questo inevitabilmente porta al deteriorarsi del loro rapporto. Fin qui tutto ok, anzi un argomento sempre attuale che può portare a tutti spunti di riflessione. 

La scrittura ha dei guizzi interessanti, come dei paragrafi scritti per accumulo, e i suoi protagonisti, seppure non molto caratterizzati, sono credibili. Dalla metà in poi però la scrittrice ricorre ad un gesto eclatante per spezzare l’equilibrio della coppia che si era trincerata nel silenzio e nella negazione, un gesto che mi ha ricordato la protagonista di Malefica che però Nicole Trevisan aveva costruito in modo tale da rendere coerente un simile episodio con il suo personaggio, mentre non si può dire lo stesso di Margherita che fino a quel momento era decisamente più evanescente.

Ci sono poi i racconti che nominavo prima, che gli aspiranti genitori scrivono pensando agli elementi naturali. Di per sé non ci sarebbe nulla di male, ma i racconti sono lunghi e poco interessanti, soprattutto nei punti del testo in cui vengono inseriti e in cui il lettore sta aspettando uno sviluppo alla relazione tra i protagonisti che tarda ad arrivare. Ci sono poi degli elementi che sembrano inseriti solo per sbloccare la storia, come una seconda casa in Normandia raggiungibile solo in determinate circostanze delle maree, di cui nessuno sembra ricordarsi finché non diventa necessaria la sua entrata in scena. 

Se quindi l’argomento centrale di questo libro continua a sembrarmi interessante e potenzialmente rilevante per un'enorme platea di lettori, purtroppo la sua esecuzione non mi ha soddisfatto e non mi sento in tutta coscienza di consigliarvene la lettura. Sarei però curiosa di confrontarmi con qualcuno che lo abbia letto e volesse portarmi un parere differente in proposito!

Qual è l’ultima lettura di cui non siete rimasti soddisfatti?

giovedì 16 luglio 2026

L'illuminazione del susino selvatico

Finalista all’International Booker Prize del 2020, “L’illuminazione del susino selvatico” di Shokoofeh Azar, pubblicato da Edizioni E/O, era nella mia libreria da oltre cinque anni e più volte avevo preso in considerazione l’idea di cominciarlo, dando poi sempre la precedenza ad altri titoli. Finalmente è arrivato il suo momento, anche se dopo tanta attesa avrei sperato in una folgorazione maggiore!


Chiunque di voi abbia letto e amato “Cent’anni di solitudine” quanto me sentirà all’interno di questo romanzo breve un richiamo forte e anche più volte dichiarato al titolo del Premio Nobel Gabriel Garcia Márquez. Non solo lui poi viene citato in questo testo, che trabocca di amore per la letteratura e fa riferimento a molteplici autori da classici internazionali come Kafka e Kundera a numerosissimi autori della tradizione persiana che accompagnano le vite dei personaggi.

I protagonisti sono i membri di una famiglia che seguiamo da prima della rivoluzione del 1979 e nei successivi decenni. Si tratta di una famiglia iraniana che vivrà numerosissimi lutti e difficoltà, dal primogenito che sarà vittima di un’esecuzione politica, la figlia che sarà data per errore alle fiamme insieme agli strumenti musicali del padre e all’unica superstite, che subirà una metamorfosi difficile da comprendere, trasformandosi in una creatura acquatica mentre la madre -colei che vive l’illuminazione sul susino della casa- si allontanerà per lungo tempo da quell’abitazione, dove i fantasmi convivono con i vivi, per poi farvi ritorno al termine della sua esistenza.

L’elemento chiave è proprio questo realismo magico in cui le anime di coloro che hanno perso la vita rimangono costante in costante dialogo e contatto con i sopravvissuti e dove è del tutto plausibile che i jinn abbiano conseguenze sulla vita delle persone: il confine tra realtà e fantasia è per il lettore quasi indistinguibile.

C’è dunque moltissima creatività in questo romanzo, c’è tutta la tradizione del folclore orientale, ma ci sono anche dolorose prese di coscienza sulle atrocità del regime e sulla mancanza di libertà dello stato iraniano.

“L’illuminazione del susino selvatico” è un testo senz’altro interessante e originale, che l’autrice non ha avuto la possibilità di scrivere in patria -è infatti rifugiata in Australia. Al tempo stesso devo dire che non ha fatto del tutto al caso mio dal momento che mi trovo più a mio agio con le narrazioni aderenti alla realtà e avrei preferito un maggiore bilanciamento tra gli elementi fantastici e quelli più concreti.

Sono comunque contenta di aver finalmente dato a questo romanzo la sua possibilità che meritava dopo tanto tempo e mi auguro che prima o poi tutti i lungo soggiornanti sui miei scaffali abbiano la stessa occasione. Ora mi piacerebbe leggere a breve “Nel cuore del gatto”, dove gli argomenti sulla dittatura in Iran che qui sono soltanto accennati credo trovino spazio in una maniera a me più congeniale.

Qual è l’ultimo testo di letteratura iraniana che avete letto?

Il comandante del fiume

Desideravo leggere qualcosa di Ubah Cristina Ali Farah da tempo e ho approfittato di alcuni reminder della casa editrice 66thand2nd per acquistare due titoli. Il primo che ho letto è “Il comandante del fiume”, che mi è sembrato esattamente il mio genere di lettura ed infatti lo è stata.


Ha per protagonista Jabar, che frequenta il liceo linguistico e per la seconda volta viene bocciato, alle prese con la sua identità di ragazzo di origini somale che non ha più notizie del padre arruolatosi nella guerra civile ed è stato cresciuto da una madre single e dall’amica di lei, anche lei di origini per metà somale, e la figlia di questa zia acquisita è per lui come una sorella.

Incontriamo Jabar in un momento di crisi, in cui per ragioni che non conosceremo fino alla fine del libro si trova in ospedale con un grave danno all’occhio di cui non vuole rivelare l’origine nemmeno ai suoi medici. Mentre è ricoverato, riflette sulle recenti esperienze, per esempio sul fatto che sua madre lo abbia mandato a Londra a conoscere la sua famiglia come una sorta di punizione per la bocciatura e qui si è ricongiunto a una comunità somala dalla quale in Italia è piuttosto lontano, nonostante sia cresciuto con i racconti della tradizione. In particolare lo accompagna quello del “comandante del fiume”, in grado di impegnarsi per la pace comune, dominando i propri istinti e desideri di potere, che tiene la popolazione al sicuro dai coccodrilli. In questa figura fiabesca Jabar ha sempre immaginato suo padre del quale da tempo non sa nulla, anche se dentro di sé conosce la verità, ma ha cercato di negarla a se stesso.

[Il padre infatti è tornato in Somalia, lasciando a Roma il figlio e la moglie; ha partecipato alla guerra civile tra i clan e si è macchiato dell’imperdonabile morte del cognato che gli si era rivolto, sperando che potesse aiutarlo ad uscire dal paese ma che invece appartenendo ad un clan differente, aveva trovato la morte consegnandosi a lui e ai suoi alleati. Di questo è ritenuta responsabile dalla famiglia anche la madre di Jabar, che mandando a Londra il figlio a ricongiungersi con i parenti spera che questo possa contribuire ad essere perdonata, mentre per il ragazzo l’esperienza inglese si rivela intollerabile dal momento che lo mette davanti a questa verità che non si sente pronto per accettare.]

“Il comandante del fiume” quindi è una storia di formazione ed identità, in cui un ragazzo si sente se stesso quando si trova tra i pari del suo stesso colore, ma non è tra di loro che ha stabilito le proprie amicizie. È un romanzo che ci ricorda i forti legami tra l’Italia e la Somalia coloniale e riporta l’attenzione alla guerra civile in un paese del quale si parla ben poco.

È stato un ottimo primo incontro con l’autrice, con il suo protagonista ben costruito e convincente, e sono contenta di essermi già procurata “Le stazioni della luna” che dovrebbe essere maggiormente concentrato sulla Somalia piuttosto che su coloro che ne sono fuoriusciti.

Qual è l’ultima autrice che avete letto per la prima volta?

domenica 12 luglio 2026

La clausola del padre

Dell’autore svedese Jonas Hassen Khemiri avevo già letto i primi due libri portati in Italia: il primo pubblicato da Iperborea, “Tutto quello che non ricordo”, e il secondo da Einaudi “Chiamo i miei fratelli”. Di recente è uscito un titolo di cui si sta parlando molto, “Le sorelle” che ho tutta l’intenzione di leggere, ma prima ho deciso di recuperare “La clausola del padre”, che possedevo già e aspettava il suo momento.

Si tratta di un romanzo dalla struttura molto originale, dove i personaggi non hanno nome, ma sono definiti come segue: un padre che è anche un nonno, un figlio che è anche un padre oppure un fratello, una sorella che è anche una madre e così via, in virtù delle relazioni familiari che sono al centro di questa narrazione.

L’aspetto più interessante è rappresentato dal fatto che non vi è in questa storia un’unica versione del racconto, bensì ogni evento viene narrato da tutti i punti di vista coinvolti che inevitabilmente lo interpretano a seconda del proprio ruolo e della propria sensibilità.

 Se quindi il figlio si sente trascurato e poco compreso da suo padre, il padre percepisce le proprie difficoltà ad entrare in contatto con lui e con la sorella, e prova sensi di colpa per come abbia perso la sua primogenita a causa della dipendenza dalla droga e poi dell’AIDS. Allo stesso modo il figlio che è anche un padre si impegna molto nella cura dei bambini, trovandosi in congedo di paternità, ma solo attraverso lo sguardo della sua ragazza che è anche una madre percepiamo le sue tante manie di controllo e di perfezionismo e il carico mentale che viene inevitabilmente riversato sulla donna.

È un gioco di specchi “La clausola del padre”, in un incomunicabilità che fa parte di così tante famiglie e l’autore è bravissimo nel farci immedesimare in un punto di vista prima e nel successivo immediatamente dopo, in modo che non si abbia mai un vero preferito, ma anzi si osservi la storia da tutte le angolazioni possibili -compreso un capitolo meno aderente alla realtà degli altri dove proprio alla figlia scomparsa viene data voce, nel passaggio più struggente del romanzo.

Ho trovato questa narrazione originale e ben calibrata, senza eccessi nella parte drammatica e senza elementi poco credibili. Il ritmo iniziale è piuttosto lento perché bisogna entrare in questa dinamica in cui la quotidianità viene narrata in ogni dettaglio e richiede un po’ di pazienza per ingranare e sentirsi coinvolti, ma una volta familiarizzato con i personaggi lo si legge d’un fiato fino alla fine.

Per me è stata un’ulteriore conferma di quanto la scrittura di quest’autore sappia stupirmi e ogni volta mi piaccia, e ora la mia curiosità nei confronti de “Le sorelle” è anche aumentata!

Tendete anche voi come me a recuperare la bibliografia completa degli autori che vi colpiscono?